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Massimo Calvi (Avvenire): «Ecco la nuova resistenza dell’Italia»

Le crisi italiane non finiscono mai. Non si fa in tempo a chiuderne una che ne è già iniziata un’altra. Ma «nonostante tutto», osserva Massimo Calvi su Avvenire, «l’Italia è un Paese che resiste. Resistenza è un termine passato di moda, oggi per definire un sistema che sa far fronte alle difficoltà, adattarsi e riorganizzarsi si parla più propriamente, e giustamente, di resilienza. Dunque, siamo resilienti. Ma da cosa deriva questa capacità, l’attitudine a non crollare sotto i colpi di una crisi – che sia politica (persino surreale come quella in corso), economica o sanitaria?».

«Una delle chiavi per capirlo è affidarsi a un altro termine, tanto noto e ricorrente quanto difficile da definire in modo semplice, sebbene in una determinata accezione sia uno dei principi fondanti della Dottrina sociale cattolica: sussidiarietà. Ora, la sussidiarietà, intesa come partecipazione sociale, partecipazione civica, volontariato, sostegno alle e delle associazioni, presenza di organizzazioni non profit in un territorio, e via dicendo, sembra essere non solo una infrastruttura sociale ben radicata nel nostro Paese, ma le si può attribuire buona parte della capacità di tenuta che ci caratterizza, oltre a definirsi quale uno dei motori dello sviluppo sociale, in grado di migliorare la qualità della vita e vari altri indicatori di benessere, dal lavoro alle retribuzioni fino anche alla salute».

«Se stiamo abbastanza bene, insomma, o nei momenti difficili riusciamo (mediamente, s’intende, come popolo) a non stare troppo male, è perché abbiamo buone relazioni, ci diamo da fare per gli altri, ci impegniamo in prima persona, sappiamo farci carico o prenderci cura di qualcuno. È questo il messaggio che emerge dal “Rapporto 2022 sullo Sviluppo sociale” della Fondazione per la Sussidiarietà. La sussidiarietà, insomma, è il fondamento della convivenza».

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