Riflettendo sull’inchiesta urbanistica di Milano, Massimo Adinolfi – su Repubblica – si dice convinto che una domanda sulla qualità dell’azione amministrativa, sui suoi limiti, la sua efficienza e la sua efficacia vada posta, e però posta senza cavarsela con risposte banalmente formalistiche.
Le quali sono sempre corrette, ci mancherebbe, ma, purtroppo, spesso vuote. Ovvio – afferma Adinolfi – che l’amministratore deve rispettare la legge fino all’ultima norma, ma non ci si può contentare di ribadire l’ovvio, senza chiedersi anche, ad esempio, se qualche problema non vi fosse già, a Palazzo Marino, viste le dimissioni di decine di dipendenti del Comune timorosi di apporre firme sotto atti amministrativi che sarebbero finiti sotto la lente degli inquirenti.
Si rischia facendo politica e si rischia pure lavorando per l’amministrazione, aveva commentato il sindaco di Milano.
Domanda: vi sono ricerche che consentano di qualificare e misurare questo rischio? Il rischio della corruzione viene affrontato giustamente con gli strumenti penali e le inchieste (ben vengano). Ma quest’altro rischio, come lo si affronta? Oppure non esiste ed è solo un alibi per l’amministratore disonesto e il politico maneggione?
Sarà. Ma da un progetto di ricerca nazionale in corso, di cui è capofila proprio l’Università Statale di Milano, apprendo che il sistema italiano presenta uno squilibrio tra responsabilità procedurale e rendicontazione dei risultati. La prima è molto sviluppata, in varie forme e declinazioni; la seconda molto meno.
Forse questo è un problema serio. Forse, accanto alla preoccupazione per gli episodi corruttivi che dovessero emergere, provare a correggere un simile squilibrio e a preoccuparsi di più dei risultati, vincolando a essi l’azione delle burocrazie pubbliche, è una risposta ai dubbi sollevati dalle inchieste milanesi meno estemporanea, meno emotiva, meno dettata dal risentimento populista che rimane — mi pare — l’umore fondamentale dell’opinione pubblica del nostro Paese, a destra come a sinistra.








