«Per il vaccino contro il coronavirus speriamo di farcela entro fine anno, puntiamo ad avere un miliardo di dosi e quanto agli Usa, spero di convincere Trump a restare nell’Oms».
Lo afferma Bill Gates intervistato da Paolo Mastrolilli per La Stampa. Cosa pensa della decisione di Trump di uscire dall’Oms, che impatto avrà sulla distribuzione del vaccino contro il Covid-19, e sta considerando di subentrare agli Usa per i finanziamenti persi? «Nessun donatore è interessato a rimpiazzare semplicemente i fondi sottratti, perciò certamente incoraggerò gli Usa a restare membri dell’Oms e continuare il sostegno che forniscono. Circa un terzo viene dal Congresso per lo sradicamento della polio, dove l’Oms gioca un ruolo molto, molto forte. Sono deluso che si parli di uscire, e penso che possiamo risolvere la questione in maniera positiva. Almeno, io farò del mio meglio per riuscirci. Non vedo alcun cambiamento nell’impegno del Congresso a favore della salute globale. Credo che troveremo una via d’uscita. L’Oms è importante per tutto il lavoro che facciamo. Ognuno deve garantire che se bisogna migliorarla, questo è ciò che faremo, ma restando insieme, perché in futuro ci saranno altre pandemie e l’Oms sarà cruciale».
Ne ha parlato col presidente? «Non ancora, ma certamente lo faremo, almeno indirettamente. Sono in corso molte conversazioni tra il Congresso e l’esecutivo sul ruolo degli Usa nell’aiutare altri Paesi ad avere il vaccino. È importante notare che il finanziamento ha due componenti. Una parte riguarda la ricerca e i trial, che beneficiano tutto il mondo. L’altra è la manifattura, e qui c’è una certa priorità data alle forniture agli Usa. La Biomedical Advanced Research and Development Authority ha dato più fondi di tutti gli altri Paesi messi insieme. L’Oms sarà discussa, a lungo. Io spero che il dialogo si trasformerà nel desiderio di migliorarla, più che ritirarsi. Può arrivare un momento in cui una conversazione diretta (con Trump, ndr) avrà senso. Prima bisogna preparare il terreno. Ci sono i fondi discrezionali e non: puoi analizzare ogni iniziativa e chiedere come gli Usa intendono realizzarla senza l’Oms, anche se nel caso della polio non riesco a immaginare come potrebbe funzionare. C’è bisogno di un dialogo, e speriamo che si possa arrivare ad una soluzione costruttiva».
Quale meccanismo prevede per l’accordo globale sulla distribuzione equa del vaccino ed evitare le sfide nazionalistiche? «La chiave è la scala, e avere fabbriche in tutto il mondo per produrre i vaccini che superano la Fase tre. Lo staff della nostra Fondazione sta guardando i dati di tutti i costrutti, affinché per quelli più promettenti ci sia un piano con molteplici fabbriche in Asia, America ed Europa. Se riusciamo, ad esempio, ad avere 1 o 2 miliardi di dosi all’anno, l’allocazione non è più un problema acuto. Se ne facciamo solo 100 milioni, allora diventa un rompicapo impossibile: quale Paese viene prima? Lo diamo al personale sanitario? La gente paga per competere? Noi vediamo un ibrido, in cui alcune fabbriche daranno una percentuale di priorità al Paese in cui si trovano. Qualche beneficio dovrebbe essere connesso ai fondi per la ricerca. Stiamo capendo quali di questi vaccini possiamo produrre in scala, e spero che saranno grandi numeri, perché la cooperazione che ho visto dalle aziende farmaceutiche, tipo mettere i loro impianti a disposizione per produrre i vaccini di altri, è senza precedenti. Il nostro fondo sarà chiave, perché farà l’approvvigionamento, che i Paesi poveri non potrebbero fare da soli».
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