A volte la Storia – osserva sul Giornale Augusto Minzolini – scivola su un piano inclinato per cui inavvertitamente gli eventi producono la condizione che tutti, almeno sulla carta, avrebbero voluto evitare. È quello che sta accadendo nel conflitto ucraino.
I terribili eccidi di Bucha, le fosse comuni, i civili passati per le armi, hanno creato uno spartiacque che non lascia spazio a compromessi: la crudeltà, il crimine e l’assassinio tracciano una linea chiara tra il Bene e il Male.
Lo stesso vale per la strategia di Putin sul terreno di battaglia. Lo Zar era partito rivendicando la Crimea e il Donbass e, invece, ora si è scoperto che punta a dividere l’Ucraina in due: quella di Zelensky e una filorussa.
E, poi, c’è la politica estera del Cremlino che ambisce a mettere in piedi una sorta di «quinta Internazionale», cioè una ragnatela di relazioni tra nazioni amiche della Russia unite dal desiderio di creare un nuovo equilibrio mondiale.
Come pure è il nuovo equilibrio, e ciò che ne discende, che spinge i leader di Stati Uniti e Gran Bretagna ad essere intransigenti con la Russia e ad appoggiare senza riserve l’Ucraina: la terra dei cosacchi, infatti, è diventata suo malgrado il terreno di battaglia dove le democrazie dell’Occidente tentano di fermare il proprio declino e di rimuovere la sconfitta afghana, mentre le autocrazie orientali cercano di renderlo irreversibile. Se questi sono i dati dello scontro e se questa è la posta in gioco, c’è il rischio che all’orizzonte si prepari davvero un domani di guerra.
C’è il pericolo per l’incapacità di individuare una mediazione, complici gli interessi in campo, che il conflitto diventi permanente, condotto da entrambi i contendenti nella speranza di prevalere l’uno sull’altro. Un equilibrio, appunto, di guerra che sbuca fuori dal ricordo di un tragico passato di cui le immagini di Bucha offrono una testimonianza nel presente.
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