L’articolo indaga le ricadute dell’industria tessile, in particolare del fast fashion, sull’ambiente e sulla società. Il tessile è il secondo settore più inquinante al mondo, attraverso l’emissione di gas serra e la produzione di rifiuti. Una delle cause del crescente inquinamento si può ritrovare nella dislocazione della filiera dell’industria tessile: produzione e manifattura sono spostate in Paesi in via di sviluppo dove non solo la manodopera ha un costo più basso, ma dove è anche più facile eludere le norme in materia di diritti dei lavoratori.
La produzione globalizzata permette ai grandi marchi occidentali di ridurre i salari dei lavoratori e di azzerare i controlli sulla sicurezza: non è un caso che proprio nei Paesi in via di sviluppo si verifichino incidenti come il crollo di edifici adibiti alla produzione tessile. La crescente attenzione delle Nazioni Unite e dell’Unione Europea è rivolta proprio a rendere sostenibile la catena del tessile: in ambito Green Deal, l’Unione Europea ha proposto una strategia circolare per il settore tessile, attraverso la produzione di materiali più durevoli, riutilizzabili e riciclabili. All’interno della strategia ricopre un ruolo importante la corretta informazione dei consumatori sulla sostenibilità ambientale dei prodotti acquistati, un tassello imprescindibile per raggiungere gli obiettivi climatici e sociali stabiliti.
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Negli ultimi decenni l’industria tessile è cresciuta fino a diventare la seconda più inquinante al mondo, seconda solo all’industria petrolifera. Con il fenomeno della “moda veloce” la situazione è ulteriormente peggiorata, rendendo le aziende di moda responsabili di produrre una gran quantità di rifiuti, scarti ed emissioni di gas serra. Oltre all’aspetto ambientale, è interessante indagare anche l’aspetto sociale: il comportamento dei consumatori è influenzato dai media e dal marketing aggressivo nello spropositato livello di acquisto, contribuendo quindi, con la crescita della domanda, all’incremento insostenibile della produzione.
Il consumatore è indotto all’acquisto da prezzi molto competitivi e dall’offerta di spedizione online che avviene dall’oggi al domani: per garantire questa offerta però, oltre al già ricordato impatto ambientale, c’è alla base un massiccio sfruttamento dei lavoratori nell’industria tessile, in particolare dovuto al fatto che la produzione del fast fashion è dislocata in Paesi in via di sviluppo dove i ritmi di lavoro non rispettano le norme in materia di diritti dei lavoratori. In questo quadro di insostenibilità non si può tralasciare l’attenzione che soprattutto in Unione Europea si sta ponendo sull’economia circolare e sul diritto allo sviluppo sostenibile.
La sostenibilità della filiera dell’industria tessile entra quindi, per il suo gigantesco impatto, nelle priorità da affrontare con l’economia circolare, con il riciclo, la riduzione nella produzione e il riuso dei capi di abbigliamento. Inquinamento e scarti nell’industria tessile Per capire l’impatto dell’industria tessile sull’ambiente si può partire dal dato di crescita di acquisti nel settore. Nel 2014 è stato acquistato il 60% degli abiti in più rispetto al 2000 e la vita dei capi di abbigliamento si è dimezzata; mentre nel 2000 le aziende di moda facevano uscire due collezioni all’anno, nel 2011 le collezioni annuali sono diventate 5, mentre le aziende di fast fashion ne hanno prodotte fino a 24.
Ancora più di recente si è arrivati a 52 collezioni all’anno, una alla settimana (1). Il numero di capi prodotti è in vasta crescita, di conseguenza l’impatto dell’industria tessile è inerente sia alla carbon footprint che agli scarti che sono destinati alla discarica piuttosto che al riciclo.
Nel caso di aziende di fast fashion è difficile che i capi possano essere riciclati, non essendo di materiali riparabili né riciclabili. Il fast fashion è responsabile del 10% delle emissioni globali di gas serra nel pianeta e il 20% dell’inquinamento delle acque deriva dai processi di tintura dei tessuti. È stimato che ogni anno si consumino 1500 miliardi di litri d’acqua e che circa il 35% delle microplastiche negli oceani sia attribuibile ai lavaggi dei capi in fibre sintetiche. I rifiuti tessili superano i 92 milioni di tonnellate all’anno, rifiuti che non sono solamente prodotti giunti a fine vita ma anche l’invenduto delle aziende di moda, che devono fare posto alle nuove collezioni.
È necessario completare il quadro, perché è sempre la domanda a trainare l’offerta, affrontando le abitudini dei consumatori: l’incremento degli acquisti è corrisposto a un incremento della produzione tessile che è passata da 5,9 a 13 chilogrammi pro capite all’anno nel periodo 1975-2018. Il consumo globale è salito quindi a 62 milioni di tonnellate di prodotti tessili all’anno e si prevede che raggiungerà i 102 milioni di tonnellate entro il 2030 (2). Il fast fashion fa leva soprattutto sull’impulsività e sulla “sensazione di urgenza” che accompagna gli acquisti online, due componenti che sono in gran parte incrementate dai social media dove spopolano contenuti in cui giovani ragazzi e ragazze propongono video “unboxing” di enormi scatoloni contenenti decine e decine di capi di abbigliamento acquistati a bassissimo prezzo, con l’aggiunta di allettanti codici sconto.
Un aumento della produzione così consistente non porta ad altro che a una conseguente diminuzione della qualità dei prodotti: è più facile quindi che questi vengano gettati prima, per la loro bassa qualità. Il numero di volte in cui un capo viene utilizzato è diminuito del 36% rispetto al 2005. Una delle cause di questo livello di inquinamento risiede nella dispersione globale generalizzata della filiera dell’industria tessile, dispersione dovuta al fatto che le grandi industrie e aziende di moda risiedono perlopiù in Europa e in Nord America mentre la produzione e la manifattura sono spostate in aree in cui la manodopera ha un basso costo e le normative vigenti in materia di condizioni di lavoro e tutela ambientale sono meno stringenti.
La produzione nei Paesi sviluppati è in declino, in più dislocando in questo modo i vari pezzi della filiera le aziende perdono in trasparenza verso i consumatori. I capi vengono poi spediti in grandi quantità ai centri di distribuzione al dettaglio e in secondo momento ai rivenditori più piccoli attraverso aerei cargo, che permettono di affrontare la spedizione giornaliera, un’opzione sempre più presente online, generando però ulteriori emissioni di gas serra. I danni derivanti dall’industria tessile derivano sia dai tipi e dalle qualità di tessuti usati sia dalla sovrapproduzione, soprattutto per i costi economici ed ambientali che ne derivano per gestire lo smaltimento dei prodotti.
Oltre a utilizzare l’intelligenza artificiale per costruire modelli predittivi delle richieste, per ridurre la produzione senza creare carenze di stock, si deve incidere sulle abitudini dei consumatori e sull’abitudine dell’usa e getta, particolarmente comoda all’industria di fast fashion. Un tema cruciale fortemente legato allo smaltimento degli abiti usa e getta è quello della vendita di seconda mano. La vendita di seconda mano è una pratica sempre più diffusa e sicuramente più sostenibile, permette nuova vita ai capi di abbigliamento e quindi un minore spreco. Tuttavia, con il fenomeno del fast fashion una grande quantità di abiti invenduti viene esportata in Africa, dove questi vengono acquistati a prezzi ancora più bassi, e pochi vengono poi realmente venduti ed utilizzati, mentre la maggior parte viene direttamente buttata appena arriva.
Non si tratta quindi di un reale fenomeno di second hand o di recupero, ma di pollution shifting perché questi vestiti hanno lo stesso un impatto ambientale, ma da un’altra parte. I Paesi africani sono attratti dalla moda fast fashion ma devono fare fronte a una serie di problemi di ordine ambientale, come appunto la gestione degli scarti e dei rifiuti, in particolare plastica e imballaggi. Nonostante l’attenzione crescente nei confronti dell’economia circolare, sul territorio la gestione risulta più difficile e la maggior parte dei rifiuti viene abbandonata in discariche a cielo aperto, bruciata o scaricata in fiumi, fognature e bacini (3). La moda low cost non è sostenibile, ma continua a crescere per i costi contenuti che incentivano i consumatori a comprare vestiti sempre più “usa e getta”: annualmente, le discariche di tutto il mondo, inceneriscono 12 milioni di indumenti, con un contributo sostanziale di CO2 all’effetto serra.
Dal 1960 al 2015 c’è stato un record di rifiuti tessili con un aumento stimato del 811% (4) , eppure le Nazioni Unite hanno stimato che ogni anno vengono prodotte dalle fabbriche tessili 62 milioni di tonnellate di vestiti (5). La conseguenza più visibile dell’inquinamento non sono però le tonnellate di CO2, ma gli scarti e i rifiuti che riempiono il mondo, soprattutto il Sud del mondo: nel deserto di Atacama per esempio, in Cile, sono sorte e continuano a sorgere delle colline di vestiti che il mondo non indossa più, trasformando una delle zone più aride del mondo in un cimitero del fast fashion.
Il pilastro sociale dello sviluppo sostenibile
Altro aspetto importante è l’attenzione nei confronti delle condizioni di lavoro della manodopera nelle aziende di moda, in particolare nelle aziende della moda low cost. Di recente le attenzioni sono state rivolte verso aziende che lavorano molto online: queste sono riuscite a trarre vantaggio dalla crescita degli acquisti su internet attraverso prezzi molto competitivi e ad oggi spediscono in tutto il mondo, incentivando l’acquisto con codici sconto che vanno ulteriormente ad abbassare i prezzi, dimostrando una perfetta conoscenza delle dinamiche dei social media, attraverso i quali passa il 100% della pubblicità.
Basta provare a cercare su social usati da ragazzi molto giovani #haul per trovarsi di fronte a migliaia di video di altrettanti ragazzi che scartano veri e propri scatoloni colmi di vestiti pagati a neanche una decina di euro l’uno. Certamente se il prezzo è così competitivo ai consumatori non interessa se indosseranno il capo solo una volta. Un caso di indagine concreta è ben rappresentato dal lavoro del regista Andrew Morgan.
Nel maggio 2015 Morgan ha prodotto e girato il documentario investigativo “The true cost: who pays the real price for your clothes” che si è concentrato sull’impatto dell’industria di fast fashion, in particolare su popolazione e ambiente. Il documentario, infatti, racconta la vita di chi produce i vestiti per i grandi marchi occidentali e quale impatto questa produzione ha sul mondo. Il punto di partenza è che la produzione globalizzata permette alle case di moda di scegliere dove produrre i vestiti: così facendo, le grandi aziende cercano di massimizzare il profitto spostando la produzione dove è possibile produrre tanti vestiti a un minore prezzo, andando a ridurre i salari dei lavoratori e, soprattutto, azzerando i controlli sulla sicurezza delle condizioni di lavoro.
Il lavoro di Morgan si concentra in particolare sulla produzione in Bangladesh, dove nell’aprile del 2013 è crollato l’edificio Rana Plaza, una fabbrica di abbigliamento di otto piani dove da anni erano denunciate le condizioni di sicurezza, crollata infine sotto il peso dei troppi macchinari tessili, portando alla morte di più di mille lavoratori e ferendone almeno il doppio. La fabbrica produceva vestiti per grandi marchi occidentali (6).
Negli ultimi anni disastri di questo tipo sono accaduti anche in Paesi come l’India, le Filippine e nei Paesi del sud est asiatico, ma anche in Zimbabwe, e la questione delle condizioni di lavoro degli operai di queste fabbriche non può che legarsi alle tematiche relative allo sviluppo sostenibile e ai diritti di donne e minori (l’85% dei lavoratori è di genere femminile e spesso comincia a lavorare intorno ai 13 anni).
Essere pagati due o tre dollari al giorno per rischiare la vita non è accettabile nel mondo sviluppato, eppure è questo stesso mondo ad incrementare questo tipo di sistema, purché non avvenga davanti ai propri occhi. Le grandi compagnie di moda spostano la produzione dove costa meno, lontano dall’Occidente (7). Tutto ciò si trasforma in un moltiplicatore delle disuguaglianze, crea un enorme impatto ambientale e sociale, ma è comunemente accettato purché non se ne vedano direttamente le conseguenze. Le prove si possono vedere nei giorni dei saldi o del Black Friday, giorni in cui i centri commerciali sono colmi di consumatori, attirati dai prezzi bassi attraverso cui sembra esserci sorta di “democratizzazione” negli acquisti ma in realtà comporta con sé un importante aggravio dell’inquinamento ambientale globale e il mancato rispetto dei diritti umani.
L’UE verso una filiera tessile più sostenibile
L’industria fashion ha avuto un incredibile sviluppo nelle ultime decadi, ad oggi è valutata 2.5 miliardi di dollari e impiega 75 milioni di persone in tutto il mondo. Tra il 2000 e il 2014 la produzione è raddoppiata e i consumatori comprano il 60% in più. Nonostante la crescita del lavoro nel settore della moda, con l’avvento del fast fashion si può parlare di una vera e propria emergenza sociale e ambientale: rappresenta il 10% delle emissioni di gas serra totali, è la maggiore responsabile di presenza di microplastiche negli oceani ed è pericolosa, oltre che per l’ambiente, per la salute umana, perché collegata a condizioni di lavoro pericolose e a processi di produzione non sicuri, aggravati dall’uso di sostanze improprie, e a pressioni della supply chain che condizionano lunghi orari di lavoro a salari bassissimi.
L’attenzione delle Nazioni Unite si è quindi indirizzata verso la tematica della sostenibilità dell’industria tessile con l’obiettivo principale di ridurre il suo impatto negativo sull’ambiente e sull’economia: il 10 luglio del 2018, dieci diverse organizzazioni delle Nazioni Unite hanno deciso di istituire la “UN Alliance on Sustainable fashion” nel contesto di un evento per i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile, proprio per trasformare l’industria tessile in una guida per una più chiara implementazione degli SDGs. L’evento in questione è stato ospitato dall’UNECE, che ha sottolineato come fosse necessario rendere “la sostenibilità la prossima tendenza del fashion”: le differenti organizzazioni hanno discusso sulla misura in cui possono lavorare sulla moda sostenibile, portando così il tema alla luce per una maggiore collaborazione e la discussione anche in altri forum decisionali (8).
La Commissione europea si è occupata dell’industria tessile e della relativa sostenibilità nell’ambito del Green Deal per promuovere un modello di economia circolare e responsabilizzare i consumatori. Nel Circular Economy Action Plan la Commissione propone nuove norme proprio per rendere i prodotti sostenibili, le quali si riferiscono principalmente al rendere i beni materiali più rispettosi dell’ambiente, in linea con l’economia circolare e con l’efficienza energetica nel corso dell’intero ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento.
La strategia per l’industria tessile riguarda la produzione di materiali che durino più a lungo, che siano riparabili, riutilizzabili e riciclabili con l’obiettivo di diminuire l’impatto del fast fashion, dello spreco, dell’inquinamento e di aumentare il rispetto dei diritti sociali. Una delle proposte della strategia è quella di incrementare il più possibile la produzione interna dei vestiti per assicurare che questa sia condotta nel rispetto delle leggi nazionali ed europee e che rispetti gli obiettivi climatici stabiliti; insieme a questo, la Commissione propone una maggiore informazione dei consumatori sulla sostenibilità ambientale dei prodotti e sulla loro filiera di produzione.
Questi sono alcuni degli strumenti che la Commissione europea propone per spostarsi verso una reale economia circolare: dimezzare la dipendenza da energia e risorse, aumentare la resilienza a shock esterni e rispettare la natura e la salute umana. La strategia è costruita sulle norme già esistenti e di successo in materia di progettazione ecocompatibile, che hanno condotto a una importante riduzione dell’energia da parte europea e a significativi risparmi per i consumatori: solo nel 2021, i risparmi dei consumatori sono stati di circa 120 miliardi di euro e hanno ridotto il consumo di energia annuo del 10%.(9) La nuova proposta della Commissione contiene nuovi requisiti per rendere i prodotti più durevoli, riutilizzabili, più facili da riciclare ed efficienti dal punto di vista del consumo energetico: tutti i prodotti in regola saranno corredati dai passaporti digitali, con l’obiettivo di facilitarne la riparazione e il riciclaggio.
La nuova proposta europea mira ad includere la più ampia gamma di prodotti possibile e amplia la portata dei requisiti a cui questi si devono conformare; comporta anche una maggiore indipendenza energetica e dalle risorse, una riduzione dell’inquinamento e rafforza il mercato unico evitando divergenze normative tra gli Stati; è una proposta che ha un impatto sui beni materiali in generale, ma ha delle strategie settoriali, ad esempio la strategia sui prodotti tessili sostenibili e circolari. Quest’ultima definisce azioni concrete tese a garantire che entro il 2030 i prodotti tessili immessi nel mercato europeo “siano riciclabili e di lunga durata, privi di sostanze pericolose e prodotti nel rispetto dei diritti sociali e dell’ambiente” (10).
In quest’ottica i produttori dovrebbero farsi carico dei propri prodotti lungo tutta la catena di produzione per permettere un riciclaggio significativo e ridurre al minimo il collocamento in discarica e l’incenerimento dei prodotti a fine vita: anche per i prodotti tessili si propone un passaporto digitale e, appunto, un regime di responsabilità del produttore dell’Unione Europea, con la richiesta di ridurre al minimo il rilascio di microplastiche in fase di produzione e lavaggio e di diminuire il numero di collezioni annue per arginare l’impatto ambientale con le emissioni di carbonio.
L’Italia ha seguito le impronte del Green Deal europeo anche per quanto riguarda il settore tessile: nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, infatti, il tessile è un settore che viene sottoposto a un target di riciclo più specifico. Nel Piano sono indicati quattro progetti “faro” dell’economia circolare (che sono i settori RAEE, plastica, carta e cartone e tessile) per i quali l’investimento del PNRR mira a potenziare la rete della raccolta differenziata e degli impianti di trattamento e riciclo, con l’obiettivo specifico di recuperare il 100% nel settore tessile, attraverso “textile hubs”. Per assicurare questo totale recupero sarà sviluppato un sistema di monitoraggio sul territorio italiano utilizzando satelliti, droni e nuove tecnologie (11).
La tematica del tessile rientra, più in generale, nella seconda missione del PNRR “Rivoluzione verde e transizione ecologica”, alla quale sono destinata più di 59 miliardi di euro: il PNRR riconosce che il cambiamento climatico è in corso ed è irreversibile e procede quindi identificando delle aree di intervento principali, tra cui l’agricoltura sostenibile ed economia circolare, area in cui rientra la filiera del tessile.
Conclusioni
In conclusione, si può riconoscere l’enorme impatto dell’industria tessile sia sull’ambiente che nella società: per come funziona oggi, questo tipo di industria non è in linea con il principio dello sviluppo sostenibile, che unisce i tre pilastri di economia, società e ambiente. Lo sfruttamento sociale e ambientale del tessile è evidente e le conseguenze sono sotto lo sguardo di tutti: nel crollo di edifici di produzione e nelle montagne di vestiti scartati che vengono bruciate nelle zone sud del mondo, già vulnerabili di per sé.
La responsabilità dei Paesi sviluppati è altrettanto evidente, la dinamica dell’usa e getta e della ricerca di risparmio su ogni cosa è sintomo di una società che spesso si dimostra materialista, che mira ad avere un determinato bene al prezzo minore possibile, senza considerare né le implicazioni per la propria salute, né il benessere altrui di chi materialmente produce quel bene pagato 5 euro, né le conseguenze per il Pianeta che si abita e che permette la vita.
La crescente attenzione di NGOs, attivisti e giornalisti è stata un’apripista per la più significativa attenzione di Nazioni Unite e forum regionali, fino all’Unione Europea che, nel contesto del Green Deal e del raggiungimento di obiettivi di medio e lungo periodo per la neutralità climatica nel 2050, ha inserito azioni rivolte alla sostenibilità dell’industria tessile, una filiera fondamentale per lo scopo finale, visto l’enorme impatto già ricordato. Nella strategia europea, cui segue l’altrettanto fondamentale strategia italiana contenuta nel PNRR, viene sottolineata l’importanza del coinvolgimento dei consumatori nella scelta di cosa e come acquistare: va indicata la catena di produzione, dalla progettazione al prodotto finale, per incrementare la consapevolezza e riconoscere anche le operazioni mediatiche di greenwashing: i consumatori vanno guidati negli acquisti con un’informazione più chiara, diretta e trasparente.
Di pari passo alla consapevolezza dei consumatori, nella strategia c’è anche maggiore responsabilità da parte dei produttori: solo se in sinergia queste due componenti possono portare a un’effettiva sostenibilità del tessile, che va prodotto responsabilmente con materiali riciclabili, riutilizzabili e riparabili, e quindi sostenibili, ma che va anche acquistato con maggiore consapevolezza. Ridurre gli acquisti e produrli nel modo più sostenibile possibile è la strada che indica l’Unione Europea, un nuovo modo di comprare che può realizzarsi attraverso una più sana informazione e una maggiore considerazione del fatto che tutto ciò che si compra ha un impatto, ambientale, sociale ed economico.
Note bibliografiche
- P. Morone, Fast fashion: sostenibilità e inquinamento dell’industria della moda, in Unitelma Sapienza, 21 ottobre 2022
- C, Dardana, L’incompatibilità tra ambiente e fast fashion, in Lifegate, 28 agosto 2020
- P. Morone, G. Yilan, A. G. Encino, Tutela ambientale, rifiuti ed economia circolare in Africa, In Africa e Mediterraneo n. 94, gennaio 2021
- D. Trunfio, La moda usa e getta sta riempiendo il Pianeta di rifiuti tessili, in Greenme, 5 agosto 2019
- Reportaje, La moda rápida está pisando el freno, in UNEP noticias, 12 novembre 2018
- Editoriale non firmato, Bangladesh, Rana Plaza 8 anni dopo: quegli accordi sulla sicurezza sottoscritti, ma che non piacciono a tutti, in La Repubblica, 23 aprile 2021
- A. Morgan, The true cost: who pays the real price of your clothes, prodotto da Morgan’s Untold Creative, maggio 2015
- UNECE press release, UN Alliance aims to put fashion on path to sustainability, 12 luglio 2018
- European Commission press release, Green Deal: New proposals to make sustainable products the norm and boots Europe’s resource independence, 30 marzo 2022
- Ibidem
- Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, pag. 120-126, Italia Domani
Serena Nardo è Studentessa del Corso di Laurea Magistrale LM-52 in Relazioni Internazionali e Sicurezza Globale presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università “Sapienza”. Il corso di riferimento per la realizzazione dell’elaborato è Giustizia ambientale e lotta al cambiamento climatico (IUS/13). Nel 2022, ha conseguito la Laurea Triennale in Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani presso l’Università di Padova. Particolari interessi sono la sostenibilità e la salvaguardia della biodiversità
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