Servono nuove alleanze, come spiega Antonio Polito dalla prima pagina del Corriere della Sera. La (presunta) caduta di Mariupol può essere un trofeo buono per la parata del 9 maggio, ma non è abbastanza per la Storia.
Non vale da sola le decine di migliaia di soldati russi morti, l’umiliazione della nave ammiraglia affondata, il ritiro forzato dal nord del Paese, l’imbarazzante performance di quello che è considerato uno degli eserciti più forti del mondo, l’isolamento politico ed economico della Russia.
L’intero Donbass, invece, il polmone minerario e industriale del Paese invaso, ricco di gas, ferro, carbone, nickel, terre rare (e magari anche la costa del Mar Nero a est della Crimea), sarebbe un “bottino accettabile”.
Ma questo obiettivo è tutt’altro che facile da raggiungere, e non solo sul piano militare. D’altra parte – spiega ancora Polito – è altrettanto improbabile che l’Ucraina possa riprendersi tutto ciò che era suo prima del 24 febbraio.
Nessuno dei due contendenti può insomma considerare oggi realistico un successo pieno. In un altro mondo, in un altro secolo in cui le guerre non erano totali e finalizzate alla distruzione del nemico, si farebbe un accordo.
In questo mondo e in questo secolo, e comunque finché c’è Putin al potere a Mosca, è più prevedibile uno stato di conflitto prolungato. Il fattore tempo, quindi, diventerà in questo caso decisivo. Sul lungo periodo, le democrazie sono più deboli.
Dipendono dal consenso e l’opinione pubblica, testata ogni istante, è volubile, si stanca facilmente. Soprattutto non sopporta per troppo tempo sacrifici fatti per altri; specialmente nella nostra Europa, così disabituata ormai al sacrificio bellico da rabbrividire al solo pensiero di un grado di temperatura in meno nel prossimo inverno.
Basti pensare che tra due anni, nel 2024, si voterà tanto negli Stati Uniti quanto in Ucraina. Le guerre lunghe, come la Guerra Fredda, l’Occidente di solito le vince.
Ma il danno che nel frattempo verrebbe provocato alla stabilità mondiale, dall’approvvigionamento energetico dell’Europa a quello alimentare dell’Africa, rende il fattore tempo comunque pericoloso.
Per ridurne il rischio – conclude l’editorialista – servirà conquistarsi nel mondo più alleati di quanti ne siano stati trovati finora. E cioè allargare il fronte delle nazioni che temono l’instabilità anche più di quanto non temano Putin.
La guerra della diplomazia, nel XXI secolo e in un mondo policentrico, può offrire armi ancora non utilizzate nello scontro con l’espansionismo russo e la sua deriva autocratica.
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