Il Corriere della Sera, con Angelo Panebianco, torna sul flop referendario puntando l’attenzione sui “diritti che restano nel limbo”: “Il fallimento non elimina il problema, la malattia di cui soffre il sistema giudiziario.
È stato interessante vedere diversi magistrati che, insensibili al richiamo delle sirene corporative, hanno votato «sì». Si trattava di professionisti consapevoli della malattia. Il funzionamento del sistema giustizia – scrive l’editorialista – ci dice ciò che c’è da sapere sulla qualità di una democrazia.
I diritti del cittadino diventano carta straccia quando, da un lato, chiunque abbia un diritto leso, non trovi, con la massima rapidità possibile, un giudice, penale o civile, che gli renda giustizia.
Inoltre, e qui mi riferisco alla giustizia penale, un cittadino indagato o inquisito conserva intatti i suoi diritti costituzionali solo a certe condizioni: se ci sono garanzie contro gli arresti ingiustificati, tutela del suo diritto a non essere trattato da colpevole prima che intervenga una sentenza definitiva e, per conseguenza, un equilibro fra i poteri dell’accusa e quelli della difesa, e un giudice sicuramente terzo, non per buona volontà ma per necessità.
Per ragioni che affondano nella nostra storia il sistema giustizia è un vulnus permanente per la democrazia italiana. Per l’inefficienza sistemica e per i suoi tratti autoritari. L’inefficienza è testimoniata dalla lunghezza dei procedimenti. Per ciò che riguarda i tratti autoritari l’elenco è lungo.
L’Italia repubblicana – ricorda Panebianco – non ha mai avuto un sistema di giustizia coerente con i principi democratici.
Aspirazioni a riportare il nostro ordinamento giudiziario nell’alveo dei principi della democrazia liberale ci sono (ed è lodevole) tanto in settori della destra che della sinistra politica. Ma è difficile disfarsi delle tare originarie.
A causa della diffusa accettazione da parte di ampi settori della pubblica opinione, di una concezione populistico-autoritaria dei compiti della giustizia che si è sedimentata nel tempo.
La riforma Cartabia è una buona cosa. Forse migliorerà, per aspetti non trascurabili, il funzionamento della giustizia, correggendo alcune delle più plateali disfunzioni.
Ma l’assetto illiberale del sistema giustizia non potrà essere davvero intaccato. Forse lo sarà un giorno (magari fra qualche generazione) quando nuove circostanze obbligheranno la classe politica a rimettere mano ai fondamenti della Repubblica, a riscrivere le regole della convivenza civile”.
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