Secondo i sondaggi, osserva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, molti connazionali pensano che non avremmo dovuto aiutare l’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa.
L’insieme degli italiani che la pensano così può essere rappresentato come una torta a due strati. C’è lo strato superiore, il più sottile, composto dai politicizzati: pacifisti più o meno finti, putiniani di diverse gradazioni, tutti, comunque, antiamericani.
C’è poi lo strato inferiore, molto più ampio, composto da coloro che pensano che la nostra partecipazione allo sforzo occidentale li danneggi personalmente: le bollette che salgono, l’inflazione.
Poiché le persone hanno il diritto di non conoscere le complesse alchimie della politica internazionale, toccherebbe a chi se ne deve occupare per professione trasmettere a quelle persone le informazioni necessarie per orientarsi e giudicare.
Spetterebbe a costoro spiegare al grande pubblico che le cose che accadono in Ucraina sono, eccome, fatti nostri.
Ma nel nostro Paese (non solo nel nostro ma nel nostro più che in altri) i suddetti professionisti sono divisi. Sono divisi dal fatto che l’imperialismo russo per alcuni è una minaccia anche per noi e per altri non lo è affatto.
Da qui i messaggi contradditori all’opinione pubblica. Le divisioni nell’opinione pubblica sulla guerra in corso riflettono quelle entro le élite.
C’è anche nel nostro Paese, come in tutto il mondo occidentale, la tendenza di una parte consistente degli intellettuali a considerare l’Occidente di cui fanno parte il vero nemico, a ritenerlo la causa di tutti i mali (aggressione russa in Ucraina compresa).
Ma ci sono anche le specificità italiane. Vorrà pur dir qualcosa quella percentuale che, secondo i sondaggi, sfiora il trenta per cento di italiani «sensibili» alle ragioni di Putin.
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