Andrea Bonanni torna sullo scandalo qatariota per descrivere quello che definisce “il danno all’Europa”: “Colpisce, in questa brutta pagina del Qatargate, la grande sproporzione tra i vantaggi davvero risibili che corrotti e corruttori sono riusciti a procurare al Qatar e al Marocco, da cui venivano pagati clandestinamente, e i danni enormi che il loro comportamento ha provocato all’immagine dell’Europa e della sinistra, da cui venivano pagati legalmente.
Nonostante le valigiate di euro spesi dall’Emirato – scrive Bonanni – le risoluzioni critiche verso il Qatar sono passate ugualmente al Parlamento europeo.
E questa è l’unica considerazione che, forse, può salvare l’anima delle istituzioni di Bruxelles. La corruzione c’è stata, ed è gravissimo.
Ma non ha pagato, e questo è confortante. Sempre che dall’inchiesta non emergano fatti nuovi che coinvolgano altre e più importanti personalità, o altri e più delicati dossier.
In ogni caso il danno reputazionale che lo scandalo ha arrecato all’Europa è devastante. Una delle prime verità che emergono da questa vicenda è che non può esistere sovranità senza intelligence.
E che la pretesa europea di avere una politica estera, e perfino una politica di difesa, senza neppure pensare di dotarsi di una propria intelligence che sorvegli i nemici interni ed esterni, misura tutta la sproporzione tra le ambizioni di Bruxelles e la realtà della sua impotenza.
Anche la sinistra, a cui aderiscono con varie osservanze tutti i protagonisti dello scandalo, ne esce male. Perché – sottolinea Bonanni – la sinistra europea è stata presa di mira da governi stranieri, che certo di sinistra non sono, proprio per il suo ruolo di guardiana e di custode dei valori etici e politici che quei governi volevano aggirare.
Che l’operazione sia riuscita solo in modo molto parziale è una magra consolazione. La lezione è che, per chi si dice di sinistra, l’intransigenza è un dovere non sul piano politico ma su quello morale.
Ma questo scandalo dovrebbe indurci anche ad un’altra riflessione, meno pessimista, sulla portata del soft power europeo.
In politica estera il Parlamento di Strasburgo praticamente non ha alcun potere. E allora perché darsi tanto da fare per condizionare, anche solo in minima parte, il linguaggio politico di Bruxelles?
Forse perché quel linguaggio, non sostenuto da un potere militare o politico forte, è diventato agli occhi di un mondo globalizzato la voce più attendibile della democrazia, la sintassi della sua libera coscienza collettiva. È una forza – conclude – che l’Europa non sempre sa di avere”.
Per saperne di più:

Patrizia Micucci, fondatrice di Aurora Growth Capital, sul contributo delle banche italiane: “Da pre...

Letizia Moratti: “La democrazia tutela anche chi la combatte”

Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia, sul Silver Act e la longevità: “Non basta v...

Donato Candiano, manager di Omron, sul futuro dell’automazione: “L'IA è un aiuto, non un danno. L'Eu...

Renzi, l’anti-Meloni. Ma ha un nemico implacabile | L’analisi di Marcello Veneziani






