Sommare e confrontare i voti del centrodestra e del centrosinistra è interessante, ma inutile, scrive sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo, riflettendo dopo l’inattesa vittoria del centrosinistra in Sardegna con Alessandra Todde.
Perché – osserva – il centrodestra è una coalizione, per quanto rissosa; il centrosinistra no, o non ancora.
Partito democratico e Movimento Cinque Stelle oggi possono unirsi dietro una candidatura locale dignitosa; non possono rappresentare una maggioranza di governo.
Prima dovranno trovare un’intesa sulle questioni su cui si vota alle Politiche: a cominciare dalle tasse.
Da trent’anni, i rapporti di forza tra i due schieramenti sono abbastanza equilibrati, con una certa alternanza tra le Amministrative — in cui spesso il centrosinistra esprimeva candidature considerate dall’elettorato più convincenti — e le Politiche, dove il centrodestra ha perso solo quando si è diviso.
Il motivo è semplice: alle Politiche si vota sulle tasse; e tradizionalmente la maggioranza degli italiani cerca un campione in grado di sconfiggere la sinistra, che delle tasse è considerata l’emblema.
Messo in soffitta lo scudo crociato, ci si è affidati prima a Berlusconi — qualcuno a Bossi e a Fini —, poi a Salvini, ora alla Meloni; ma nel 2013 e nel 2018 molti votarono Grillo pur di non vedere il Pd al governo.
Il Movimento 5 Stelle nasce contro la vecchia politica, ma in primo luogo contro il partito additato come il partito di sistema, dell’establishment, del «regime»: il Partito democratico.
Il Vaffa Day si fece non a caso a Bologna.
Nel grande comizio del 2013 in piazza San Giovanni — l’ultimo vero comizio visto in Italia —, Grillo additò il nemico in Bersani, definito «Gargamella» e «parassita».
Per lui Bersani era peggio di Berlusconi.
Pd e 5 Stelle si sono messi insieme solo nel 2019, per non far vincere le elezioni anticipate a Salvini: un po’ poco come collante.
Se ora volessero riprovarci, dovrebbero trovare un terreno comune.
Il tema non è solo la politica estera.
Il tema è l’economia.
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