È stata una finale meravigliosa, scrive sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo. Eppure, sostiene l’editorialista, non è stato «il miglior Mondiale di sempre», come ha detto il capo della Fifa Gianni Infantino.
Così come Infantino – a differenza di quel che ha proclamato un mese fa – non è migrante, non è gay, e soprattutto non è qatarino.
Il Mondiale a Doha era meglio non farlo, per una serie di motivi: dall’assegnazione, che è eufemistico definire poco trasparente, al costo umano inaccettabile delle infrastrutture.
Infantino dovrebbe tenerne conto, anche se Doha 2022 non è stata una sua scelta ma un’eredità del trio Blatter-Platini-Sarkozy; e pure Macron dovrebbe ricordarsi che il Qatar, né più né meno delle altre monarchie del Golfo con cui è in pessimi rapporti (e dell’Iran dall’altra parte del mare), rappresenta oggi la negazione della Rivoluzione francese, degli ideali di libertà, fraternità e uguaglianza che fanno della Marsigliese un inno non solo nazionale, ma universale.
L’uguaglianza, poi, ve la raccomando. Per fare un solo esempio, se fosse confermata la sua storia con la modella trans Ines Rau, Mbappé qui sarebbe fuorilegge. Intendiamoci: con gli Stati come il Qatar bisogna parlare.
Le diplomazie europee devono fare il loro paziente lavoro; perché non è detto che le potenze del gas e del petrolio, di cui ci piaccia o no abbiamo bisogno, guardino necessariamente all’Occidente come modello di business se non di valori, anziché gettarsi tra le accoglienti braccia degli autocrati cinesi, a cui dei diritti umani non importa nulla.
Ma non è detto neppure che la «sport suasion», l’uso dello sport come veicolo di contaminazione e di progresso, sia la strada giusta.
Al contrario, il gravissimo scandalo delle mazzette all’Europarlamento dimostra che i qatarini e in genere gli sceicchi possono aver avuto l’impressione che in Occidente tutto sia in vendita, e tutto possa essere comprato.
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