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Alberto Orioli (Sole 24 Ore): «Il salario minimo potrebbe costare 6,7 miliardi impattando su 2,9 milioni di lavoratori»

Alberto Orioli, dalle pagine del Sole 24 Ore, ci ricorda che in un Paese come l’Italia dove l’80% del lavoro è coperto dai contratti nazionali di lavoro, il salario minimo parla al 20% che resta fuori dai radar delle normali relazioni industriali.

Un mondo border line, spesso già oggi associabile al sommerso, quel mondo pari al 12,5% del Pil, dove già ora servono controllo e sanzioni (e non ci sono) più che indicazioni di soglie e di cifre.

La spinta ideale che l’Unione europea guidata da Ursula von der Leyen vuole dare alla «dignità del lavoro» fin dal suo discorso di investitura non può che essere positiva.

Ma certo – scrive Orioli – i 27 Paesi dell’Unione hanno profili assai distanti: in Bulgaria la paga oraria è di 1,87 euro e in Lussemburgo è di 12,38. In Germania il salario minimo, che già esiste, passerà a 12 euro, in Francia è a 10.

Per l’Italia (dove la retribuzione oraria media è di poco superiore ai 15 euro) tutto dipenderà da come il Parlamento italiano deciderà di declinare la direttiva europea.

Con il disegno di legge targato 5 stelle si fissa il salario minimo a 9 euro con un costo complessivo di 6,7 miliardi per il sistema delle imprese.

Ma quali imprese? Il 52% dei dipendenti degli artigiani, il 34% degli addetti del terziario e solo il 10% dell’industria: sono dati Istat. Nel complesso si tratterebbe di 2,9 milioni di lavoratori.

Dato il contesto di tempesta perfetta tra inflazione, rincaro delle materie prime, boom dei costi dell’energia e di drastica riduzione della marginalità dei business, è legittimo dubitare che l’eventuale impatto sui costi non si traduca, alla fine, in una riduzione dell’occupazione.

Il cuneo fiscale – conclude Orioli – ha raggiunto una quota reale al 60%: una operazione di recupero di risorse da destinare ai salari non può che partire da qui.

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