“Malgrado i molti ‘catastrofisti’, i conti della previdenza reggono, e dovrebbero farlo anche tra 10-15 anni, quando la maggior parte dei baby boomer nati dal dopoguerra al 1980 – coorti molto numerose e dunque assai significative in termini pensionistici – si saranno pensionati.”
Così Alberto Brambilla, presidente del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, commenta il Rapporto di Itinerari Previdenziali ‘Il bilancio del sistema previdenziale italiano. Andamenti finanziari e demografici delle pensioni e dell’assistenza per l’anno 2024’.
“L’equilibrio” – osserva – “è però sottile e potrà essere preservato solo con un’applicazione puntuale dei due stabilizzatori automatici già previsti dal sistema, vale a dire adeguamento all’aspettativa di vita dei requisiti di età anagrafica e dei coefficienti di trasformazione. È evidente che i saldi previdenziali di molte gestioni risentano negativamente delle numerose forme di anticipazione che, negli ultimi anni, hanno sia generato confusione con troppe regole differenti (un ritorno alla ‘giungla’ del passato) sia contribuito ad abbassare le età di pensionamento.”
Non a caso, il documento rileva che, mentre nel 2019 l’età effettiva di pensionamento anticipato aveva raggiunto per le gestioni Inps del settore pubblico e privato una media di 62,4 anni, al 2024 è scesa a quota 61,7: numeri che suggeriscono la necessità di requisiti anagrafici più stringenti, andando semmai a premiare con maggiore flessibilità i nastri contributivi più lunghi e, in particolare, le lavoratrici madri.
Anche il mercato del lavoro dovrà fare poi la propria parte e adeguarsi alla demografia, con interventi volti a favorire la permanenza sul lavoro delle fasce più senior della popolazione: formazione per contrastare l’obsolescenza delle competenze; contratti più flessibili, che adeguino le mansioni in funzione di età e salute; uscite flessibili dopo i 67 anni; investimenti in prevenzione e tecnologie che facilitino l’operatività degli over 60.
“Insomma” – sottolinea – “sarebbe auspicabile un serio cambio di rotta da parte del nostro Paese che, al momento naviga a vista e senza una bussola, dinanzi alla più grande transizione demografica di tutti i tempi, con grande parte della spesa pubblica indirizzata verso sussidi e assistenzialismo (frenando le possibilità di crescita), quando invece, anche alla luce di un debito pubblico ormai superiore ai 3.000 miliardi di euro, la priorità dovrebbe essere una seria revisione dei modelli produttivi.”
Emblematico il caso delle continue decontribuzioni e agevolazioni contributive.
Nel 2024 per ripianare le mancate contribuzioni lo Stato ha trasferito all’Inps con la Legge di Bilancio circa 43 miliardi; nei prossimi 10 anni, le decontribuzioni costeranno circa 500 miliardi mentre, secondo le stime del Centro studi e ricerche Itinerari Previdenziali, nell’ultimo triennio, l’aggravio delle ‘nuove decontribuzioni’ per il bilancio pubblico è stato di quasi 100 miliardi.
Secondo gli estensori del Rapporto, “un debito occulto che peserà sui conti pubblici. Tanto più se si considera che, come insegna la lunga storia italiana di agevolazioni contributive, soprattutto al Sud, queste misere non producono risultati, minano i conti del Paese e favoriscono, nella migliore delle ipotesi, incrementi dell’occupazione che si spengono alla fine delle agevolazioni.”








