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Al via le trattative sulle deleghe in UE: ecco i nomi papabili

Messi a posto i cosiddetti “top job” Ue, comincerà la corsa (non meno tattica) dei governi per mandare a Bruxelles il profilo giusto in grado di passare indenne le forche caudine delle audizioni parlamentari.

Ogni Paese (tranne quello che esprime la presidenza della Commissione) dovrà indicare un componente del collegio, che ha 27 membri, tanti quanti sono gli Stati Ue; e idealmente proporre due nomi (un uomo e una donna) per assicurare la parità di genere nella composizione finale, come negli ultimi cinque anni.

Alcuni governi, scrive il Messaggero, hanno già scoperto le carte.

Sfoderando assi che garantiscono, in prospettiva, responsabilità di peso.

Valdis Dombrovskis, il potente numero due della Commissione in quota Lettonia, è stato il primo nome a planare sul tavolo: certo di una riconferma, stavolta potrebbe ambire a un ruolo inedito, una sorta di super-commissario delegato alla ricostruzione dell’Ucraina.

L’Ungheria reclama la continuità, con l’uscente Olivér Várhelyi, ma visto che proprio Budapest s’è messa di traverso in varie occasioni, con i negoziati per l’adesione di Kiev al via domani, la ricerca di un’alternativa più affidabile e meno sospetta di vicinanza al Cremlino è già iniziata.

La Polonia, con il ministro degli Esteri Radoslaw Sikorski, avrebbe il profilo perfetto.

Pure la Slovacchia opta per un peso massimo: l’uscente Maro efovi, uomo di fiducia di von der Leyen.

Il delicato portafoglio della transizione ecologica, però, sarebbe stato già ipotecato da colei che sarà la socialista più in vista della Commissione e che promette di dare battaglia per non fare passi indietro sul clima.

Cioè la spagnola Teresa Ribera Rodríguez: capolista del Psoe alle europee, l’attuale vicepremier si occupa già di politiche verdi a Madrid.

Tra le più note uscite di scena c’è Margrethe Vestager: la liberale danese, per 10 anni zarina della Concorrenza Ue e incubo delle Big Tech, appenderà lo scettro al chiodo.

L’Antitrust fa gola a tanti, e la Francia è da tempo una delle pretendenti.

Il prossimo commissario, anche in caso di svolta a destra o a sinistra del governo in seguito alle legislative anticipate, sarà nominato direttamente dall’Eliseo: Thierry Breton, oggi a Industria e mercato interno, rimane in campo per un bis, magari alla regia della Competitività ma, viste le grandi manovre politiche in atto a Parigi, non è da escludere che qualche “big” macroniano in uscita possa mettere gli occhi sull’incarico a Bruxelles, ad esempio il super-ministro dell’Economia Bruno Le Maire.

C’è poi l’incognita difesa, che rischia di essere un dicastero senza un vero ruolo militare e capacità di spesa: i fan della prima ora sono meno entusiasti, ma una sorta di commissario alla Sicurezza potrebbe interessare la Finlandia, con la ministra degli Esteri Elina Valtonen, o la Lituania, con il collega Gabrielius Landsbergis, entrambi attivissimi sul fronte nord-orientale condiviso con la Russia.

Tra i conservatori, se Raffaele Fitto può essere chiamato a reperire le risorse necessarie alle transizioni, con un pacchetto ampio che andrebbe dal Bilancio (il budget settennale 2028-2034 andrà scritto in questo ciclo) al Pnrr, fino agli ipotetici futuri strumenti finanziari comuni, la Repubblica Ceca avrebbe scelto di puntare su una carta sicura, cioè l’uomo dei negoziati sul “price cap” sul gas Jozef Síkela, all’Energia.

Esperte europarlamentari in carica o ex sono in corsa per Malta (Miriam Dalli) e Bulgaria (Eva Maydell), mentre il Lussemburgo è a un bivio: nominare il deputato democristiano Christopher Hansen o lasciare al suo posto, benché figura di opposizione in patria, il connazionale Nicolas Schmit, titolare uscente del Lavoro e guida dei socialisti Ue nelle urne continentali.

L’Irlanda avrebbe scelto il ministro delle Finanze Michael McGrath, nella speranza di una delega commerciale; profilo di peso anche per il Portogallo, con l’ex avvocato generale della Corte di giustizia Ue Miguel Poiares Maduro.

Rischia di essere troppo ingombrante, semmai, poiché presidente della Repubblica in scadenza, il nome di Klaus Iohannis per la Romania.

A occuparsi di Salute potrebbe finire il socialista belga Frank Vandenbroucke, conoscitore del tema.

Per lui, però, c’è un ostacolo di percorso: la sinistra dovrebbe rimanere fuori dall’esecutivo federale in via di formazione.

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