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Adesso serve il salario minimo. E gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti spiegano perché

Su Repubblica Tito Boeri e Roberti Perotti spiegano perché serve ora il salario minimo. Si affaccia lo spettro della stagflazione, il coesistere di un aumento dei prezzi protratto nel tempo e di una recessione, e sono in molti a invocare un nuovo patto sociale come quello che ci portò nell’Euro.

Quel patto, il Protocollo Ciampi del luglio 1993, coinvolgeva Confindustria, sindacati, governo e, di fatto, la Banca d’Italia. Ci sono però due differenze importanti rispetto a quel periodo. La prima è che, al contrario di quel periodo, la politica monetaria non è più decisa in via Nazionale, ma a Francoforte.

La seconda differenza è più importante: le relazioni industriali si sono fortemente deteriorate negli ultimi 30 anni. Sindacati confederali e Confindustria, le due anime degli accordi del luglio 1992 e 1993, sono sempre meno rappresentative del mondo del lavoro e non gestiscono più la contrattazione collettiva per una larga parte della forza lavoro.

Ci sono quasi mille contratti nazionali che si sovrappongono tra di loro stabilendo minimi salariali diversi per lo stesso insieme di lavoratori. Un caos che impedisce ai lavoratori di sapere a quale compenso minimo hanno diritto e ai giudici quale è il salario equo da far valere in caso di contenzioso.

Per un nuovo patto sociale ci vogliono perciò strumenti nuovi. In primo luogo sarà inevitabile utilizzare molto di più la politica fiscale. Ma i cambiamenti più necessari riguardano le relazioni industriali. Sindacato e Confindustria avrebbero tutto l’interesse a porre ordine nel caos della contrattazione collettiva perché questo lascia moltissimi lavoratori senza protezione e crea condizioni diverse tra imprese simili.

Avrebbero anche tutto l’interesse a far introdurre per legge un salario minimo, che, se propriamente fissato, permetterebbe anche alle imprese di contrastare chi fa concorrenza imponendo salari da fame.

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