«Lo Stato guiderà la rinascita post Covid: ma tolga la tecnologia dalle mani dei padroni». Lo afferma l’economista Daron Acemoglu, intervistato da Massimo Gaggi per il Corriere della Sera.
Lei durante la crisi del 2008 criticò il salvataggio della finanza voluto da Bush e poi da Obama. Stavolta i sostegni sono destinati all’economia reale, alla sfera sociale, alle infrastrutture. Boccia anche Biden? E l’Europa?
«Biden sta facendo di più, gli interventi sociali sono utili, ma non affronta il problema essenziale della governance dello sviluppo tecnologico e dell’intelligenza artificiale: non si può lasciare tutto nelle mani di pochi, onnipotenti, gruppi privati. L’unica misura lungimirante di Biden è la minimum corporate income tax: un’imposta minima sulle imprese da applicare in ogni Paese. L’Europa ha capito prima ed è molto più avanti degli Stati Uniti sul terreno delle regole, ma è stata colpita duramente dalla pandemia e nell’ultimo anno ha dovuto occuparsi di altro».
Non teme l’accusa di voler imporre vincoli burocratici che possono uccidere il dinamismo dello sviluppo tecnologico?
«No, per vari motivi. Credo nel mercato ma non lo considero onnipotente. In primo luogo la scelta della direzione da prendere, delle tecnologie su cui investire di più, è una scelta politica che non può essere lasciata all’interesse privato di un pugno di imprenditori: ci sono implicazioni non solo economiche ma anche politiche, di tenuta della democrazia. Basti pensare all’uso distorto o oppressivo delle tecniche di riconoscimento facciale. Noi accettiamo che lo Stato regoli materie delicate come l’autorizzazione dei farmaci o la vendita del tabacco. Perché l’indirizzo e controllo democratico non dovrebbe operare in campi ancor più sensibili e vitali per l’umanità come l’uso indiscriminato dell’intelligenza artificiale per sorvegliare i cittadini o lo sconvolgimento del mercato del lavoro o, ancora, la pretesa di gestire tutto con gli algoritmi?».
L’uso spregiudicato della tecnologia e dell’intelligenza artificiale per lei è più un problema economico, di efficienza e di monopoli, o politico, di democrazia?
«La minaccia di un uso illiberale della tecnologia è enorme, ma anche gli aspetti economici — diseguaglianze e lavori che scompaiono — hanno un peso politico: impoveriscono, creano sfiducia, indeboliscono la democrazia. Qui il problema nasce ben prima dell’intelligenza artificiale: nei primi tre decenni del Dopoguerra la tecnologia è stata usata in modo costruttivo, poi il meccanismo si è inceppato. La notazione di Robert Solow, «trovo i computer ovunque meno che nelle statistiche della produttività», è vecchia di trent’anni, ma è ancora verissima: la produttività è cresciuta mediamente del 2% l’anno dal 1920 al 1970. Poi questo fiume di ricchezza aggiuntiva si è essiccato: da decenni gli incrementi sono scesi allo 0,5% annuo».








