Stiamo tuttora affrontando – come Paese, come manager, ma anche come singoli cittadini – una crisi senza precedenti, che ha scosso profondamente il tessuto sanitario, economico e sociale del nostro Paese. La strada per superare questa sfida complessa dovrà partire da alcuni elementi imprescindibili. Tra questi, una nuova attenzione al tessuto imprenditoriale e manifatturiero e sostanziali investimenti in innovazione, per dare nuova linfa al Made in Italy e rafforzare l’appealing dell’Italian brand nello scenario internazionale. Solo in questo modo potremo fare tesoro degli insegnamenti positivi che questa terribile pandemia ci ha lasciato, superare la crisi e trasformarla in una piattaforma per il rilancio del Paese.
L’accordo sul Recovery Fund ha animato anche in Italia la discussione attorno al piano di investimenti per la ripresa post-lockdown. Mai come in questo periodo si sente l’esigenza di mettere insieme competenze, esperienze, idee e progetti che siano da spunto per interventi efficaci, aperti e capaci di mettere a sistema le molte best practice delle manifatture italiane.
Anche in pieno lockdown, molte aziende non si sono fermate. Il mondo dell’impresa è stato costretto a interrogarsi su come portare avanti la propria attività in una situazione di inedita incertezza, ma questa domanda ha contribuito ad una rinnovata consapevolezza del ruolo sociale delle aziende. Caffitaly – azienda che ho l’onore di guidare, oggi tra i primi cinque produttori di caffè monodose al mondo – ha mantenuto attiva la produzione, garantendo la massima sicurezza per i dipendenti e la continuità delle forniture alla maggior parte dei clienti, aspetto chiave specie in un settore come quello del food. Una decisione complessa e difficile, specie per una realtà con uno dei suoi impianti produttivi nella regione più colpita dal virus, ma che ha rappresentato per tutti noi una grande sfida e un grande insegnamento, dimostrando la straordinaria capacità di resilienza di cui dispongono le aziende italiane, grazie all’impegno e alla passione delle persone.
Fermarsi o ripartire, è questa la domanda che come azienda ci siamo posti, ed è la stessa domanda che deve porsi il nostro Paese in vista dell’accesso ai fondi europei. Fermarsi a implementare interventi a breve termine, atti a compensare il vuoto del PIL provocato dalla crisi, o sfruttare l’opportunità per andare oltre e ripartire davvero, con investimenti mirati nei settori strategici che permettano al tessuto produttivo di raggiungere un livello di qualità maggiore rispetto alla condizione precedente il lockdown.
Le eccellenze dell’impresa e della manifattura devono essere il cardine della ripresa, e al contempo la bussola su cui orientare gli investimenti per il rilancio italiano ed europeo. Il nostro Paese haun surplus manifatturiero che si attesta oltre i 100 miliardi di dollari. La crescente concorrenza sul mercato mondiale, con attori – come la Cina – in continua crescita nonostante l’impatto della pandemia, ha portato il nostro sistema produttivo a reagire investendo sulla qualità del prodotto. Prima dello scoppio dell’emergenza sanitaria, il Rapporto sull’Industria Italiana pubblicato da Confindustria fotografava questa situazione: l’upgrade della qualità manufatturiera è stato più sistematico in Italia rispetto agli altri paesi europei e questo ha portato ad un accrescimento delle esportazioni, con il risultato sorprendente che l’intero settore ad oggi rappresenta complessivamente l’80% dell’export (compreso quello di servizi).
Gli incentivi all’innovazione verso un’industria 4.0 sono un segnale positivo di ammodernamento, ma non possono esaurirsi in fondi per l’acquisto di nuovi macchinari. Sarebbe un errore considerare la digitalizzazione solo come cambiamento nella produzione industriale: il suo enorme potenziale risiede nella capacità di integrazione di tutti i settori dell’azienda e nell’elaborazione di dati in grado di innovare e ottimizzare sempre di più la catena produttiva, ad esempio consentendo un minore dispendio di energia per un’impresa più sostenibile. Questi cambiamenti devono essere strutturali e non episodici, e questo sarà possibile solo se si inizierà a guardare l’Italia non solo con l’ottica dell’imprescindibile ripresa economica, ma con lo slancio dell’innovazione e della vision per il futuro del Paese.
Lo stop globale imposto dal coronavirus deve essere l’occasione per fermarci a riflettere sul valore complessivo del Made in Italy nel mondo e su come rilanciarlo, ma anche sull’importanza del know-how delle aziende italiane e dunque sulla necessità di puntare all’innovazione dei sistemi produttivi. È fondamentale che il nostro Paese sappia riconoscere il suo ruolo strategico nel manufatturiero e la necessità di investire in questo settore, specie in comparti che possono essere ambasciatori del Made in Italy e dell’Italian lifestyle, quello del food – tra cui vi è anche la “cultura del caffè” – su tutti.
Il caffè non è un semplice prodotto, ma rappresenta uno dei simboli delle eccellenze italiane, a partire dalla Venezia del 1500 e passando per le prime pubblicità del prodotto nel 1716, che hanno dato il via a quella che sarebbe diventato uno dei principali tratti della riconoscibilità del nostro Paese nel mondo. In Caffitaly facciamo della competenza e dello spirito innovativo il nostro punto di forza, grazie ad un sistema tecnologico proprietario unico che possa permetterci di consolidare la presenza e crescere sui mercati internazionali. Lo stesso spirito innovativo che hanno avuto Bezzera, quando nel 1901 brevettò la prima macchina per la produzione di caffè espresso al mondo, Gaggia, che nel 1952 introduce nelle case degli italiani la prima macchina che permette di gustare un espresso come al bar, e Saeco, che nel 1985 progetta la prima macchina da caffè interamente automatica. E come ha fatto la stessa Caffitaly lanciando uno dei primi sistemi in grado di fare vivere ai consumatori una esperienza di “caffè da bar” nel mondo del monoporzionato.
La “cultura del caffè” è un ottimo esempio per ricordarci di come l’Italia abbia la capacità di essere portatrice non solo di prodotti di qualità, ma di stili di vita e culture da lanciare su un mercato estero sempre ricettivo verso il nostro Paese. La potenzialità di raggiungere un livello di competitività qualitativa ancora maggiore per l’export del Made in Italy deve essere considerata uno degli asset strategici dello sviluppo economico, con investimenti mirati che ne permettano la crescita.
Il nostro Paese non deve solo rispondere alla pressante crisi economica, ma alzare il livello della sfida puntando a crescere oltre il livello pre-lockdown. Promuovere le eccellenze manifatturiere italiane, valorizzare il know-how tecnico e tecnologico, investire in ricerca e sviluppo devono essere tra gli elementi fondamentali della ripresa. Abbandonare la cultura della burocrazia per coltivare quella del dialogo tra istituzioni, imprese e territori, è la condizione imprescindibile per una prospettiva di innovazione e sviluppo sostenibile nel lungo periodo.








