Se un Paese non attrae investitori esteri, è segno che ha perso competitività, se li allontana è peggio.
Non è un’opinione; è la definizione stessa di competitività.
Indebitarsi con fondi Pnrr per recuperarla in futuro è contraddittorio.
Il 6 gennaio in un articolo su Milano Finanza avevo ricordato che a inizio 2020 feci due scommesse sulle Acciaierie d’Italia: 1) il socio di maggioranza ArcelorMittal avrebbe accelerato la bonifica della fabbrica di Taranto, avrebbe limitato le perdite e salvaguardato i livelli occupazionali; 2) ma al primo sgarro di governo, Regione, sindacato e magistratura se ne sarebbe andato e l’ex Ilva si sarebbe persa nelle nebbie come Alitalia.
Nell’articolo del 6 gennaio avevo analizzato i conti e avevo concluso che la prima scommessa era vinta, la seconda sarebbe stato meglio perderla.
Ebbene, lo sgarro è arrivato due giorni dopo.
L’8 gennaio lo Stato italiano ha accusato il gruppo privato di non aver mantenuto gli impegni, poi gli ha chiesto di cedere il controllo azionario di Acciaierie d’Italia allo Stato con una ricapitalizzazione sottoscritta da Invitalia, ha minacciato una nazionalizzazione, l’esproprio del socio privato con un’altra amministrazione straordinaria, un divorzio consensuale, l’ingresso di soci imprenditori italiani operanti in altri comparti siderurgici.
La reazione di Mittal è stata collerica, come avevo scommesso quattro anni fa, poi il gruppo privato ha annunciato che predilige la Francia all’Italia.
Invitalia ha chiesto un’ulteriore amministrazione straordinaria.
Anche la seconda scommessa è vinta. Il prossimo 12 febbraio i commissari Ilva della prima amministrazione straordinaria dovranno depositare in Tribunale lo stato passivo, cioè accertare i creditori e, in vista della ripartizione dell’attivo patrimoniale, dovranno metterli nell’ordine di precedenza prescritto dalla legge fallimentare.
Prima vengono i lavoratori, poi i creditori privilegiati che vantano una garanzia reale (ipoteca), alla fine i chirografari.
Ma prima di tutti vengono i creditori in prededuzione, cioè quelli che avanzano soldi per transazioni con la gestione commissariale dopo il fallimento.
Ho conteggiato le sentenze del giudice delegato e stimo che il 12 febbraio emergeranno creditori in prededuzione per poco più di 550 milioni (contro 2,8 miliardi richiesti), creditori privilegiati per 625 milioni (contro 4,5 miliardi richiesti) e chirografari per 2,8 miliardi (molto più degli 1,1 miliardi richiesti per effetto del declassamento a semplici chirografari di creditori in prededuzione o privilegiati).
Tra i bocciati c’è il Comune di Taranto con 3,5 miliardi richiesti.
L’attivo patrimoniale da ripartire è dato dall’importo liquidato dell’attivo immobilizzato più quello corrente.
L’attivo immobilizzato di Ilva ha un valore contabile netto molto basso perché la fabbrica è vecchia e il fondo ammortamenti è alto.
Sulla base di quanto rendicontato dai commissari nel corso degli anni e di quanto riportato dall’Area Studi Mediobanca, se l’acquirente della fabbrica riconoscerà un valore pari all’importo contabile, stimo che i commissari avranno soldi da ripartire sufficienti a malapena a soddisfare i creditori ammessi in prededuzione e i privilegiati (1,2 miliardi).
I chirografari (banche, fornitori) non prenderanno un euro.
Per avere più soldi da ripartire i commissari dovrebbero forzare la mano a Invitalia, cioè allo Stato.
Chissà che questo ragionamento non abbia inciso sulle scelte.
Resta in piedi metà della mia seconda scommessa, cioè che senza ArcelorMittal qualsiasi nuova società siderurgica di Taranto si perda nelle nebbie come Alitalia.
Un tempo entrambe società dell’Iri, quasi sempre in forte perdita di gestione, Ilva e Alitalia erano/sono imprese non low cost, hanno elevati costi fissi di struttura (industriale o aziendale), breakeven point proibitivi, al di sotto dei quali imbarcano perdite pazzesche, così che dovrebbero avere (e nemmeno basterebbe) un giro d’affari mondiale, alti gradi di utilizzo della capacità produttiva o di trasporto, aerei grandi e sempre pieni, altoforni e laminatoi a tavoletta, incompatibili con le lunghe soste comandate dalle bonifiche ambientali.
Per entrambe le società l’esito dell’amministrazione straordinaria è una magra liquidazione, non la salvaguardia dell’integrità di un’impresa vitale, come fu per Parmalat.
Tant’è vero che il commissario Enrico Bondi, artefice in Parmalat, non combinò nulla all’Ilva.
In entrambi i casi è stato grave rinunciare a una partnership multinazionale (AirFrance-Klm a suo tempo, ArcelorMittal oggi) e illusorio confidare in un’imprenditoria privata nazionale, allestita alla bell’e meglio per evitare una procedura europea di infrazione per aiuti di Stato (capitani coraggiosi in Cai, Toto-AirOne nel trasporto aereo 15 anni fa, imprenditori di Federacciai nei laminati piani oggi).
In entrambi i casi le società nate da un commissariamento (Cai e Acciaieria d’Italia) sono commissariate anche loro, senza fine e senza sbocco di mercato (Ita Airways).
L’unica seria alternativa sarebbe stata trattare con ArcelorMittal per responsabilizzarlo quale socio di controllo di Acciaierie d’Italia ma spuntando condizioni più attente all’interesse pubblico.
Ora occorrerà salvare la fabbrica di Taranto e tutti quelli che hanno spinto ArcelorMittal a prediligere la Francia.








