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Stati Uniti: cresce la sfiducia nel sistema politico, il Paese è sospeso tra riforma e rivoluzione | L’analisi di Gabriele Segre

Su La Stampa, Gabriele Segre analizza la crisi politica e istituzionale degli Stati Uniti a venticinque anni dagli attentati dell’11 settembre.

La commemorazione ha restituito per poche ore un senso di unità nazionale, subito dissolto in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso, vissute da democratici e repubblicani come una guerra di religione in cui la vittoria dell’avversario coinciderebbe con la rovina della Repubblica.

Secondo Segre, tuttavia, gli americani sono più uniti di quanto appaia nella consapevolezza che il problema riguardi il funzionamento stesso del sistema politico.

Il 77% ritiene necessaria una rifondazione o una trasformazione radicale, ma soltanto il 27% crede che sia possibile, mentre il 59% considera ormai superati gli anni migliori della storia nazionale.

Sono i “riformatori pessimisti”, convinti della necessità di ricostruire il Paese, ma incerti sulla solidità delle sue fondamenta.

L’autore individua l’origine della crisi in quindici anni di disillusione, durante i quali globalizzazione, élite, immigrazione e Cina sono stati indicati come responsabili.

Oggi, però, cresce il sospetto che il sistema sia talmente inceppato da non poter essere corretto attraverso una semplice vittoria elettorale.

Dazi, sanzioni finanziarie e interventi militari, pensati per risolvere problemi specifici, finiscono per produrre nuove conseguenze negative.

A ciò si aggiunge un debito federale superiore ai 40 mila miliardi di dollari, con interessi ormai più elevati della spesa per la difesa.

Le elezioni di novembre si presentano così come un passaggio inedito: gli americani saranno profondamente divisi su chi debba governare, ma accomunati dal dubbio che nessuna soluzione, nemmeno radicale, possa invertire la rotta.

Segre descrive gli Stati Uniti come sospesi tra una riforma ordinata e una vera rivoluzione.

Evitando previsioni definitive, ricorda però che il Paese conserva una forza economica, finanziaria, tecnologica e militare considerevole, oltre alla capacità storica di trasformare crisi profonde in nuovi inizi.

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