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Rapporto Draghi: il 15% delle proposte è già attuato e il 40% è in corso, ma l’Europa procede ancora troppo lentamente | L’analisi di Riccardo Perissich

Il rapporto di Mario Draghi sulla competitività dell’Europa ha raccolto consensi unanimi nella classe politica, nelle istituzioni e nei media.

È stato anche tradotto in un gran numero di risoluzioni delle istituzioni europee, di programmi e di “bussole” della Commissione europea.

Altrettanto unanime è però l’opinione, recentemente confermata dall’autorevole penna di Mario Monti, che “è rimasto lettera morta”.

Qual è la realtà?

Lo European Policy Innovation Council (EPIC) pubblica regolarmente analisi sullo stato di avanzamento dei lavori su questo rapporto.

Analisi largamente ignorate dai media e assenti dal dibattito.

Quella di luglio ci dice che il 15% delle proposte di Draghi sono pienamente attuate, mentre il 40% sono in via di attuazione.

Quindi, non è vero che è rimasto lettera morta.

Per fare un parallelo, il programma di Delors sul mercato unico, pubblicato nel 1985 e prontamente adottato dal Consiglio Europeo, alla fine del 1986 vedeva un tasso di applicazione pari a zero, che un anno dopo era ancora molto inferiore al 40%.

Tutto bene quindi?

Non proprio.

Il rapporto EPIC individua anche un rallentamento negli ultimi mesi e una prevalenza di progressi in campo normativo.

Quindi, con ritardi e carenze in alcuni settori prioritari come lo sviluppo nell’interconnessione delle reti (energia e telecom) e soprattutto lo sviluppo di un mercato unificato dei capitali.

Sono carenze importanti, se si tiene conto che l’economia europea è sottoposta oggi a pressioni più gravi di quelle del tempo di Delors.

Tuttavia, dire “facciamo progressi, ma non abbastanza” è una cosa molto diversa dal dire “non succede niente”.

La distinzione è politicamente rilevante.

Bisogna infatti essere avulsi dalla realtà per credere che il “metodo Bartali” (“è tutto sbagliato”) serva a far avanzare le cose.

Se al cittadino normale si racconta che una proposta è “una bella cosa ma non funziona”, è meno probabile che si batta per farla funzionare e più probabile che decida che forse non ne vale la pena.

Per riprendere il parallelo con il piano Delors, il vento cambiò anche quando si decise di mettere l’accento sui progressi, anche modesti, e non sulle insufficienze.

Ciò permise di innestare un circolo virtuoso fra aspettative e decisioni.

Lo stesso vale in generale per l’Europa e per il declinismo imperante.

Chi crede che sottolineare le difficoltà e le lentezze dell’Europa reale aumenti i consensi per l’Europa ideale, si sbaglia di grosso.

I sondaggi ci dicono che ai cittadini l’Europa piace, ma anche che il consenso è più legato a ciò che l’Europa fa piuttosto a ciò che è o dovrebbe essere.

Il declinismo gioca solo in favore dei populisti.

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