“Quasi il 72 per cento di chi investe ha portafogli scarsamente o per nulla diversificati, esattamente il contrario di quanto la teoria economica raccomanda: l’avversione al rischio dichiarata coesiste, paradossalmente, con la sua concentrazione.
Il ratio di avversione al rischio raggiunge nel 2026 il record di 33,6 (era 20,5 nel 2025 e 8,1 nel 2017).
I più restii sono i giovani tra i 18 e i 24 anni (84,0), per le cicatrici degli shock vissuti negli anni della formazione”.
È quanto emerso alla presentazione dell’“Indagine sul Risparmio e sulle scelte finanziarie degli italiani 2026. Le tre dimensioni del risparmio: tecnologia, consapevolezza e disciplina”, organizzata da Intesa Sanpaolo, a Milano.
Il ratio di avversione al rischio è misurato dal rapporto tra chi dichiara di non essere disposto a correre rischi negli investimenti finanziari e chi invece lo è.
Volatilità, scenari tariffari, inflazione inattesa e tensioni geopolitiche – emerge dall’indagine di Intesa – hanno inciso sul livello di allerta dei risparmiatori: il ratio di avversione al rischio ha toccato nel 2026 quota 33,6, la più elevata mai raggiunta (era pari a 8,1 nel 2017; 15,1 nel 2024; 20,5 nel 2025).
La disaggregazione per categorie rivela un paradosso generazionale: i 18-24enni risultano in assoluto i più avversi al rischio (84 intervistati contrari a correre rischi per 1 favorevole), l’opposto di quanto prevederebbe la teoria del ciclo di vita.
È la generazione degli “scarring” multipli (ossia il sovrapporsi di ferite profonde come la pandemia, il trauma inflazionistico, le crisi geopolitiche): informata ma incapace di tradurre il sapere in fiducia.
Guardando alle altre categorie, le donne mostrano un’avversione al rischio assai più pronunciata degli uomini (41,9 contro 27,6), anche se sono i disoccupati (113,9) e i meno istruiti (111,4) a toccare i valori di picco.
La preferenza per la liquidità aumenta al crescere dell’incertezza percepita.
Se nel 2019 la tutela del capitale rappresentava ancora una netta priorità per i risparmiatori italiani (62,2 per cento), nel 2026 questa scelta scende, per la prima volta, sotto la soglia della maggioranza assoluta (48,8 per cento); sale invece l’orientamento verso gli strumenti liquidi (18,7 per cento).
È la lezione dell’inflazione: tenere i risparmi fermi sui conti ha significato perdere potere d’acquisto.
Quasi il 72 per cento di chi investe ha portafogli scarsamente o per nulla diversificati, esattamente il contrario di quanto la teoria economica raccomanda: l’avversione al rischio dichiarata coesiste, paradossalmente, con la sua concentrazione.
Pesa, da questo punto di vista, anche un’alfabetizzazione fragile: solo il 36 per cento degli intervistati sa che un fondo azionario è meno rischioso di una singola azione.








