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Produzione insieme a sicurezza e salute per dire basta alle morti sul lavoro | L’intervento di Angelo Colombini, componente del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza INAIL

Il decreto legislativo 81 del 2008, testo unico sulla salute e sicurezza nei luoghi di lavoro arrivò dopo la strage alla acciaieria di Torino Thyssenkrupp, dove morirono sette operai. Norma tra le più avanzate e invisa da molti paesi Europei. Ma nonostante questo, la dolorosa continuità degli incidenti mortali sul lavoro da Brandizzo, a Firenze, a Bargi di Suviana e nei giorni scorsi a Casteldaccia nel palermitano, evidenzia una complessiva fragilità del sistema. La continua revisione, l’aggiornamento e l’adeguamento dell’impianto normativo pur ineludibile e necessario, non riesce ad evitare gli incidenti.

L’obiettivo chiaramente deve essere quello di ridurre fino ad azzerare gli incidenti.

Per questo è altresì indispensabile un rafforzamento dei controlli, anche attraverso nuove assunzioni oltre alle 766 previste dalla Ministra Calderone, perché le ispezioni nel 2023 sono state soltanto 20.750, ma sono anche importanti le verifiche sulla formazione dei lavoratori e dei datori di lavoro, oltre ad investire nelle nuove tecnologie.

In Italia secondo i dati forniti dal Ministero del Lavoro al 31 dicembre 2023 gli ispettori sono 4768, non tutti però in capo all’Ispettorato del Lavoro perché 200 sono di Inail, 828 di Inps e 518 dei Carabinieri e sono ancora insufficienti se si vuole incrementare in modo considerevole e coordinate le ispezioni nei luoghi di lavoro. Ma anche se il sistema dei controlli viene ulteriormente rafforzato negli organici non potrà mai tenere testa a una dimensione del sistema produttivo che conta, solo per le aziende coperte dall’assicurazione Inail, oltre 3 milioni di posizioni.

Tutti questi impegni rappresentano aspetti basilari per contrastare gli incidenti sul lavoro, pur sapendo che nelle aziende italiane di maggiori dimensioni (con cinquanta o più addetti) è impiegata più di un terzo dei lavoratori, mentre poco meno della metà dei lavoratori opera nelle aziende con venti o più addetti e il restante lavora in aziende con meno di venti dipendenti.

Gli ultimi casi mortali però evidenziano un’altra questione sulla quale sarebbe opportuno riflettere.

Le vittime sono quasi sempre dipendenti di piccole o piccolissime imprese spesso in subappalto ed in qualche caso singole partite Iva. Non è questo il luogo di discutere eventuali illeciti che nel caso saranno esaminati dalla magistratura competente. Quello che interessa approfondire è l’evidente destrutturazione delle imprese. Dalle ricostruzioni giornalistiche sembra che le imprese appaltanti o quelle che gestiscono direttamente l’appalto non abbiano quasi più competenze e manodopera e per trovare chi lavora realmente occorre scendere nei livelli di subappalto fino al singolo imprenditore di sé stesso o al consulente in pensione. Questa è una situazione sempre più comune che sicuramente aumenta di molto il rischio di incidenti allungando la linea di comando e frazionando le responsabilità.

Questo sembra essere il vero fattore trasversale, fatta salva la ovvia differenza tra i cantieri edili e le altre modalità lavorative. Se per molti casi di incidenti nelle imprese industriali non si può parlare tout court di destrutturazione è però altrettanto evidente che la piccola o piccolissima dimensione aziendale fa sì che i lavoratori siano molto spesso addetti a molteplici mansioni con ritmi lavorativi elevati per rispondere a commesse sempre più incerte.

Non si può giustificare tutto sempre con il fatto che c’è bisogno di specializzazione, perché spesso le vittime risultano essere lavoratrici e lavoratori con qualifiche e inquadramento non certo elevate. La capacità/volontà organizzativa delle imprese è quindi un elemento fondamentale per contrastare il fenomeno degli incidenti sul lavoro. Su questo le imprese devono responsabilizzarsi anche perché sicuramente ne guadagnerebbero sotto molti punti di vista.

Anche questa ultima tragedia, alle porte di Palermo, è il riflesso di un mancato rispetto delle regole che ci sono e che i datori di lavoro devono rispettare.

Chi lavora deve pretendere la sicurezza e impegnarsi in prima linea affinché nei luoghi di lavoro questa sicurezza sia effettiva. Oltre alla formazione anche dei datori di lavoro, bisogna pretendere che nelle imprese ci siano investimenti nelle nuove tecnologie, che possono non soltanto ridurre la gravosità e la pesantezza del lavoro, ma anche garantire sempre di più il modo di lavorare.

Naturalmente la tecnologia deve essere utilizzata senza disattivare i sistemi di sicurezza come purtroppo è successo qualche anno fa in una impresa tessile favorendo la produzione a discapito della vita della lavoratrice. Anche in questo caso è importante la formazione, l’informazione e l’addestramento, perché un lavoratore impari a come muoversi su una impalcatura, ad indossare le maschere per essere protetti dalle esalazioni di idrogeno solforato, a come produrre e a come utilizzare un impianto, un macchinario, una gru e un trattore. La battaglia per la sicurezza è una campagna di lungo termine e per questo occorre una strategia che valorizzi il ruolo degli investimenti sulla formazione e sulle nuove tecnologie.

Sono anche i tempi, i ritmi, le modalità di lavoro che rappresentano il reale punto debole, il tutto riconducibile ad una organizzazione del lavoro che spesso non è attenta alla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori. Per svolgere più velocemente le lavorazioni purtroppo si sceglie di disattivare le protezioni di sicurezza, di non indossare i dispositivi individuali che garantirebbero la protezione necessaria.

Alla fretta di produrre va contrapposta una coscienza che non può esimersi dall’aiutare la persona a lavorare con più responsabilità e con più attenzione, unendo la produzione alla sicurezza e alla salute.  

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