Le nuove generazioni sono sparite dall’agenda della politica e della cultura del nostro Paese: serve un nuovo “Patto Generazionale”

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Nel 2007, allora trentenne, sottoscrissi il Patto Generazionale di Luca Josi. Era trascorso ormai più di un decennio dall’avvento della cosiddetta seconda repubblica e le idee di innovazione e cesura col passato cominciavano a vacillare. Il documento, condiviso da personalità della politica, della cultura e della imprenditoria, nonché da numerosi componenti della società civile, poneva l’accento sulla scarsa rappresentanza delle giovani generazioni in un Paese sempre più gerontocratico ed immobile.

A quasi quindici anni da quel documento, non sembra che le cose siano molto cambiate. La sensazione, anzi, è che si sia sprecato un ulteriore quindicennio, in cui piuttosto che investire in formazione e lavoro dei giovani, si sia preferito difendere l’esistente, spesso dietro l’inattaccabile vessillo del “diritto acquisito”, riservando ai meno tutelati lavoro precarizzato e spesso sottopagato ed un mortificante welfare parentale (Dio benedica i nonni!)  quale unico ammortizzatore sociale.

Ma, ascoltando i dibattiti recenti, quello che colpisce in questi giorni non è tanto il tema dell’elevata età media della classe dirigente. Questa, al contrario, sembra in taluni casi diminuita, e non sempre a vantaggio di una migliore qualità (a riprova di quanto il giovanilismo fine a sé stesso non sia la soluzione dei mali, ma forse sarebbe il momento di porre il problema centrale della formazione e selezione della classe dirigente). Quello che, invece, preoccupa è la totale assenza delle nuove generazioni dall’agenda della politica e della cultura del nostro Paese. È come se si fosse consumato un vero e proprio genocidio mediatico a danno dei nostri figli. Neanche i politici più avveduti sentono più la necessità di affrontare il tema, affaccendati come sono alle solite ricerche di maggioranze variabili, convergenze parallele, governi del non dissenso e di ogni forma di alchimia della sopravvivenza.

La stessa semantica sembra, a tratti, equivoca fino ad assumere significati diversi a seconda delle latitudini. Perché se è vero che la lingua unica internazionale ed accettata dalle Istituzioni mondiali è ormai l’inglese, è altrettanto vero come non basti una lingua per garantire chiarezza di pensiero ed azione. Apprendiamo, ad esempio, che il più grande intervento pubblico dal Piano Marshall ad oggi prende il nome di “Next Generation EU”. Tuttavia, sarebbe lecito chiedersi cosa si intenda per “next generation”. Se, infatti, con tale termine si voglia indicare i fruitori di politiche virtuose e riformiste che la politica italiana voglia finalmente porre in essere o se, viceversa, identificare con il termine next generation i pagatori di un debito che graverà pesantemente sulle italiche spalle nei decenni a venire, senza coglierne i frutti in termini di crescita e riforme strutturali.

Il vero Patto Generazionale dei nostri giorni esigerebbe chiarezza e visione. E, soprattutto, la lungimiranza dello statista che non può e non deve, come insegnava De Gasperi, pensare alle prossime elezioni, ma alle future generazioni. In fondo, il vero patto non è ‘altro che l’eredità che i Padri lasciano ai Figli. Eppure, di tutto ciò, non si fa alcun cenno. La dimensione del dibattito nazionale descrive una sempre più affannosa gestione dell’oggi con scarsa o nulla proiezione al domani. Credo che alla base di questa incapacità di porre al centro del dibattito politico i temi del futuro vi sia un’atavica attitudine tutta italiana alla gestione dell’ordinario, con particolare riferimento al gruppo o clan di appartenenza, nell’alveo del miglior familismo amorale di italica tradizione con il quale non si è mai voluto fare i conti.

E neanche l’emergenza sanitaria del Covid- 19 e quella economico-sociale ad essa associata sembra aver destato le coscienze dei costruttori del domani. È per tale ragione che, in un momento di crisi così grave, occorre che i corpi intermedi e le forze sane del Paese rivendichino con forza la necessità di porre al centro dell’agenda i grandi temi del domani e pretendano dalla politica maggior attenzione anche in tema di rappresentanza delle nuove generazioni. Del resto, così come la disuguaglianza di genere, anche quella di generazione esige provvedimenti drastici . Si potrebbero persino prevedere delle vere e proprie quote giovani, o “quote di generazione”, destinate ad esempio agli under 40 che volessero impegnarsi nelle Istituzioni. Sarebbe un primo passo, certamente simbolico, che sancirebbe per la prima volta un cambio di rotta decisivo in un Paese sempre più stanco e sfiduciato.

Occorrerebbe convocare degli Stati Generali dove siano proprio i corpi intermedi a confrontarsi e suggerire alla politica le direttive dei provvedimenti principali da cui partire. E’ un imperativo morale per il futuro dei nostri figli. Ripartiamo da loro! Per loro!

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