Una legge di bilancio da 26 miliardi, in gran parte destinata a confermare misure già esistenti, che nelle sue pieghe moltiplica i regimi “particolari” e svuota il principio costituzionale della capacità contributiva. Il conto, secondo l’analisi di Alessandro Volpi su il manifesto, lo pagano circa 30 milioni di lavoratori dipendenti e pensionati.
Una manovra dalle dimensioni contenute
La legge di bilancio ipotizzata dal governo Meloni ammonterebbe a circa 26 miliardi di euro. Una dimensione assai contenuta, osserva Volpi sulle pagine de il manifesto, considerato che ben oltre la metà di questa cifra serve a rifinanziare misure introdotte una tantum, come il taglio del cuneo fiscale.
Ma il dato più rilevante, secondo l’economista, non riguarda tanto le cifre quanto la direzione. Nelle pieghe della manovra, scrive il quotidiano, il governo più longevo della Repubblica sarebbe impegnato in una capillare opera di cancellazione del principio della progressività fiscale, in primo luogo moltiplicando i regimi fiscali “particolari”.
Il principio costituzionale svuotato
Il principio fondamentale per cui tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva, attraverso un sistema informato a criteri di progressività, viene infatti svuotato, secondo l’analisi pubblicata da il manifesto, dall’introduzione sregolata di regimi sostitutivi dell’Irpef. L’idea per cui chi dispone di maggiori risorse debba farsi carico di un prelievo proporzionalmente più elevato, allo scopo di garantire equità redistributiva e sostenere i servizi pubblici essenziali, cede il passo a un modello di tassazione regressiva, dove la natura del reddito e la categoria di appartenenza contano più della ricchezza effettiva.
Dalla “mini Irpef“ alla flat tax a 100 mila euro
Le misure fiscali della legge di bilancio elencate da Volpi spaziano dalla “mini Irpef”, cioè la detassazione agevolata per i lavoratori under 30, alla cedolare secca sui locali commerciali di categoria C/1 con aliquote ridotte al 21%, fino all’ennesimo innalzamento della soglia del regime forfettario per gli autonomi, da 85 mila a 100 mila euro. Interventi che, secondo il manifesto, rappresentano un ulteriore strappo in questa direzione, non compensato dalla riduzione dell’aliquota al 33% per i redditi fino a 55 mila euro, peraltro paradossalmente priva di un tetto massimo.
Il pacchetto di misure avrebbe un impatto stimato in circa 3,5 miliardi di euro all’anno a vantaggio di appena 1,8 milioni di contribuenti. Il paradosso, sottolinea l’autore, è che queste riforme concedono a una ristretta minoranza la possibilità di scegliersi il proprio regime fiscale e di beneficiare di imposte ad aliquota fissa, pur in presenza di capacità economiche di tutto rilievo. Un professionista o un lavoratore autonomo con un fatturato di 100 mila euro può versare un’imposta sostitutiva del 15%, o addirittura del 5% per le nuove attività, così come il proprietario di preziosi fondi commerciali nel centro di Milano può godere di una cedolare al 21% sui canoni incassati.
Allo stesso tempo, le agevolazioni fondate sull’età anagrafica, come la mini Irpef per i giovani, pur nate con l’intento di favorire l’ingresso nel mercato del lavoro, introducono secondo il quotidiano trattamenti fiscali differenziati slegati dalla capacità economica reale.
Chi paga il conto
A pagare il prezzo di questo svuotamento progressivo, si legge su il manifesto, è la vasta platea di circa 30 milioni di contribuenti composta da lavoratori dipendenti e pensionati, esclusi dalle misure in questione. Questa maggioranza non può accedere a regimi opzionali o cedolari, versa l’imposta direttamente alla fonte tramite gli scaglioni ordinari Irpef ed è inoltre interessata dall’impatto delle addizionali regionali e comunali. I dati ministeriali, ricorda Volpi, confermano da tempo che oltre l’85% dell’intero gettito Irpef proviene proprio da stipendi e pensioni.
Si consuma così, secondo l’analisi, una profonda ferita all’equità orizzontale: due cittadini con identico reddito complessivo subiscono un prelievo fiscale radicalmente diverso a seconda che la loro fonte di entrate derivi da un contratto di lavoro subordinato, da un’attività autonoma o da una rendita patrimoniale.
Il rischio per il welfare
L’erosione della base imponibile sottratta alla tassazione progressiva si traduce, secondo il manifesto, in una contrazione strutturale del gettito fiscale complessivo. Una dinamica che mette a rischio la tenuta del welfare state o impedisce tagli generalizzati alle imposte per il ceto medio-basso.
Perché manca la protesta
Resta aperto un interrogativo: perché questa enorme massa di 30 milioni di contribuenti incontra tante difficoltà a trovare un’efficace rappresentanza politica? La risposta, secondo Volpi, risiede in parte nella meccanica del sostituto d’imposta, che rendendo la trattenuta automatica e invisibile attutisce la volontà di politicizzare la “rivolta” fiscale rispetto a chi deve versare autonomamente i propri F24. Dall’altra parte agisce la logica politica del «beneficio concentrato e costo diffuso»: gruppi d’interesse ristretti si mobilitano in modo compatto a difesa dei propri privilegi cedolari, mentre il costo complessivo di questi sconti viene redistribuito, sfumando, sulla collettività intera.
La conclusione dell’analisi pubblicata da il manifesto è netta: senza un ritorno deciso alla centralità dell’Irpef progressiva, con una base imponibile estesa, la funzione redistributiva della Carta costituzionale rischia di trasformarsi in una norma formale priva di sostanza.
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