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Il vento del cambiamento e quello traditore nei fragili segnali globali, dal Brasile agli Usa | L’analisi di Walter Veltroni

Brasile e Serbia scelgono l’autonomia e il multipolarismo, Netanyahu esce più debole, mentre il voto di medio termine negli Stati Uniti diventa il vero banco di prova per Trump e per il destino dei prossimi mesi.

In coreano esiste una parola per indicare il vento del cambiamento: «Baram». Ma i coreani, popolo prudente, ne usano anche un’altra, «Baram pida», per descrivere un vento traditore. È da questa immagine che parte Walter Veltroni, in un’analisi pubblicata sul Corriere della Sera, per interrogarsi sui segnali che arrivano in questo autunno del 2026: dal Brasile alla Serbia, da Israele ai sondaggi nei Paesi europei, fino al voto americano. Segnali che, secondo l’editorialista, restano contraddittori.

Lula e i giovani di Belgrado

Il primo segnale arriva dal Sudamerica. Lula, contro ogni previsione, ha vinto il ballottaggio in Brasile, affermandosi a dispetto delle rottamazioni: la sua prima candidatura presidenziale risale addirittura al 1989. In Serbia, invece, un movimento di giovani con una piattaforma poco chiara, ma certamente meno filorussi e antieuropei di Vucic, ha stravinto le elezioni. A Belgrado, osserva Veltroni sul Corriere della Sera, vincono ragazzi che non si sapeva dove sarebbero arrivati, se non che da due anni lottavano contro un regime asfissiante.

Vecchio e nuovo, dunque, ma entrambi contro le autocrazie. In Brasile contro l’idea di un’America del Sud ridotta a giardino di casa di Stati Uniti ormai impazziti; in Serbia per evitare di consegnarsi definitivamente nelle mani di Putin. Per il Corriere della Sera si tratta di due rivolte nazionali in difesa dell’autonomia dei rispettivi popoli: una sorta di patriottismo democratico che colloca Brasile e Serbia in un mondo multipolare, dove identità e apertura diventano la chiave, nel mondo globalizzato, per evitare conflitti, violenza e guerre.

Israele, un Paese più fragile e diviso

Diverso il quadro in Israele. Lì, scrive Veltroni, in nome di una guerra prima al terrorismo e poi al popolo palestinese, Netanyahu ha mantenuto, pur perdendo consenso, una forte influenza sul destino del Paese. Ma, per effetto della radicalizzazione, sono cresciuti anche i partiti arabi. Israele e le sue scelte avranno un peso sul destino globale, ma il Paese si presenta oggi più fragile, diviso e spaccato.

Il voto americano come spartiacque

Il cuore del destino dei prossimi mesi, secondo l’analisi del Corriere della Sera, è però il voto di martedì prossimo negli Stati Uniti. Se i democratici otterranno la maggioranza alla Camera e riusciranno a strappare ai repubblicani i seggi necessari per conquistare il Senato, molto cambierà, e non solo in America. Sarà la prova che Trump e il suo populismo autocratico non convincono più gli elettori e che, in soli ventiquattro mesi, la stagione della demagogia guerresca e delle tentazioni autoritarie ha esaurito la sua spinta propulsiva.

Veltroni ricorda come, già all’elezione del tycoon, si fosse scritto che la sua seconda presidenza non sarebbe stata scialba e incolore come la prima, ma l’inizio di una stagione di tipo rivoluzionario. E così, sostiene, è stato. Due anni definiti «allucinanti»: un rosario di scelte autoritarie, le violenze dell’Ice, il costante linguaggio d’odio proveniente dallo Studio Ovale, un dilettantismo condito di pulsioni belliciste nell’affrontare le crisi internazionali. E ancora: il cinico abbandono dell’Ucraina al suo destino, la sventatezza di un attacco all’Iran sconclusionato e senza strategia, che ha gettato il mondo in una spaventosa crisi energetica, gli attacchi all’Europa e a papa Leone XIV, colpevoli di aver messo in discussione, con provvedimenti e con una coraggiosa enciclica, lo strapotere delle Big Tech.

A questo elenco l’editorialista aggiunge il sostegno alla destra filonazista in Germania, gli insulti ai premier di Paesi europei storicamente alleati degli Usa, come Italia, Spagna, Francia e Germania, e la demolizione di ogni dimensione multilaterale a favore di un isolazionismo americano di cui gli stessi cittadini statunitensi vedono le conseguenze alla pompa di benzina e nei supermercati. Ventiquattro mesi, conclude Veltroni, che hanno portato l’America e il mondo in una situazione di tensione e di pericolo senza precedenti dal dopoguerra del Novecento.

Cosa accadrebbe dopo una sconfitta di Trump

Ma se Trump dovesse perdere, come indicano i sondaggi, il mondo ritroverebbe davvero il suo ordine? L’America smetterebbe di tradire i valori occidentali di democrazia e libertà, tornando a essere un interlocutore privilegiato per l’Europa? La risposta di Veltroni sul Corriere della Sera è negativa. Trump, come ha mostrato con il sostegno all’assalto al Campidoglio e con la grazia agli assalitori, non accetterà un risultato elettorale sfavorevole. Già in Alaska, dove è in bilico uno dei seggi senatoriali, starebbe mettendo in campo azioni per far dichiarare nulle le elezioni. Ci si deve attendere, avverte l’autore, «davvero qualsiasi cosa».

La campagna elettorale ha però fatto emergere possibili leader democratici per il 2028, a cominciare dal senatore della Georgia Jon Ossoff, e ha saldato le diverse anime del partito in un processo di cui è stato protagonista Barack Obama: candidati più radicali e più centristi hanno lavorato insieme, diversi ma uniti. Se da questa scelta dovesse derivare un successo, osserva il Corriere della Sera, ci sarebbe materiale di riflessione per i progressisti di tutto il mondo.

Una sconfitta di Trump, avverte tuttavia l’editorialista, non significherebbe automaticamente una fase di minore conflitto. Un’«anatra zoppa» che governi con gli ordini presidenziali e che ispiri le posizioni più estreme potrebbe rivelarsi davvero pericolosa. Ma la vittoria dei democratici resterebbe un segnale importante per il mondo intero.

L'Europa tra rischi e possibilità

E soprattutto per l’Europa, che Veltroni definisce «baluardo fondamentale dei diritti democratici». Un continente esposto al rischio che la tornata elettorale nei grandi Paesi, a cominciare dalla Francia, possa favorire forze che propongono soluzioni nazionaliste e populiste in un mondo interconnesso. L’Europa, sintetizza il Corriere della Sera, è ora sospesa tra rischi e possibilità, entrambi potenti e definitivi.

Eppure, in questi mesi, il «tanto bistrattato e vilipeso vecchio continente» ha recuperato l’Ungheria, guarda con favore alla nuova fase in Serbia e potrebbe, se saprà farlo, trovare nuovi alleati ed estendere le proprie alleanze anche in altri continenti, come ha già fatto con il Canada di Carney. Su tutto, l’annuncio del premier britannico Burnham della volontà di riportare la Gran Bretagna nell’Unione europea: per Veltroni un segnale di grande importanza e di vera novità.

È il Baram, il vento del cambiamento, contrapposto al rischio sempre presente del Baram pida, il vento traditore.

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