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Non è più tempo di politica conflittuale ma di un New Deal Relazionale basato su un diffuso ascolto politico

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Da marzo nella gestione professionale dei conflitti (in ambito familiare, lavorativo, sanitario, ecc.) è stato rilevato spesso come i diversi modi di reagire alla diffusione del SARS-CoV-2, e alle misure adottate per contenerla, abbiano provocato o aggravato dissidi e lacerazioni interpersonali. E in molti casi è stata osservata una sorta di personificazione, tra gli attori del conflitto, della tensione interiore tra i freudiani “istinto di vita” (Eros) e “istinto di morte” (Thanatos). Del resto, da marzo, negli ambiti più importanti dell’esistenza, sotto questo punto di vista, viviamo una condizione fortemente contraddittoria: se vogliamo seguire l’istinto di vita (Eros), dobbiamo osservare dei comportamenti che, di per sé, sarebbero etichettabili come depressivi e simbolicamente associabili a Thanatos (tenere le distanze, mascherarsi il viso, mortificare la propria spontaneità affettiva, ecc.).

Si potrebbe utilizzare, quindi, la suggestione del conflitto tra Eros e Thanatos per contribuire a descrivere come dalle difficoltà di restare uniti di fronte alla comune minaccia del COVID-19 siano derivati anche due vasti schieramenti contrapposti, i quali, nella loro retorica bellica, si presentano più o meno così: da una parte, coloro che «noi siamo per la vita e siamo contro quelli che, ansiosi e creduloni, vogliono la nostra morte per fame e ci tolgono i nostri diritti e le nostre libertà»; dall’altra, coloro che «noi siamo per la vita e contro quelli che, per la loro capricciosa ed egoistica immaturità, vogliono la nostra morte per COVID». Due schieramenti, cioè, che si accusano reciprocamente di essere “dalla parte di Thanatos”, rivendicando per sé il ruolo di soli e veri “difensori di Eros”, della vita.

Questo scontro, già apparso al tempo della “prima ondata”, ultimamente sembra caratterizzato da una crescente escalation conflittuale, la quale, tipicamente, è contrassegnata da: rigidità irriducibile delle posizioni; indisponibilità al dialogo e alla considerazione del punto di vista e dei sottesi vissuti altrui; assoluta convinzione di ciascuno schieramento di avere il possesso esclusivo della razionalità, della buonafede, della verità e della giustizia.

In effetti, si potrebbe pensare che, in relazione ai contrapposti modi di reagire alla pandemia, interi popoli (e diversi leader locali e nazionali) vivano qualcosa di simile al “sequestro emozionale” (Bessel Van Der Kolk) provocato da un conflitto: una forte riduzione dell’uso delle capacità cognitive, personali e relazionali, nel rapporto con la controparte, che si sostanzia anche in una compromissione di ciò che David Goleman definì “l’intelligenza emotiva”. Infatti, il conflitto, quando particolarmente esacerbato, incide pesantemente sulle capacità dei suoi protagonisti essere consapevoli delle loro emozioni e di gestirle (self awareness e self regulation), di “pensare con la loro testa” (motivation), di sentire e riconoscere le emozioni della controparte (empathy) e di mettere in pratica tali capacità nei loro scambi comunicativi (socialization).

L’attuale condizione conflittuale, ovviamente, non è riducibile al solo scontro tra cosiddetti “negazionisti” e “minimizzatori”, da una parte, e, dall’altra, quelli cui è appioppata l’etichetta di “allarmisti”. All’interno di quest’ultimo assai esteso gruppo, ad esempio, è possibile che vi sia qualcosa di simile a ciò che, forse, agisce nel profondo dei, più o meno attivi, succitati “negazionisti”.

Recuperando la suggestione Eros-Thanatos, si potrebbe supporre che una notevole quantità immensa di persone, comprendente anche molti politici e opinion makers e composta da individui sideralmente distanti dai “No mask”, dai “No vax” e dai seguaci del non-tanto-nuovo-verbo-antiscientifico, tra la fine giugno e la prima parte di ottobre, abbiano risolto la tensione tra “istinto di vita” e “istinto di morte”, allontanando da sé la consapevolezza che lasciarsi guidare dalle spinte più acriticamente libere e vitali, in realtà, significava spalancare le porte a Thanatos, cioè alla ripartenza autunnale della diffusione e della mortalità del contagio.

In tal senso è illuminante quanto spiegato da Angela Merkel: «Avremmo dovuto agire prima, ma per i cittadini non sarebbe stato facile accettarlo».

Volendo restare in paraggi freudiani, è come se le tendenze alla “negazione” e alla “rimozione” avessero prodotto i loro effetti non soltanto nei “negazionisti” e nei “minimizzatori”: si pensi alla pervicacia con la quale, quasi unanimemente, sono stati ignorati, oppure sono stati tacciati di “terrorismo psicologico”, i pochi che nel dibattito pubblico, fin dall’estate, segnalavano il permanere del pericolo e sollecitavano dei piani per fronteggiarlo. Ora, in effetti, per costoro può essere forte la tentazione di esclamare: «eh, noi lo avevamo detto, però!». Costoro, però, non possono beneficiare neppure del minimo beneficio di un riconoscimento a posteriori, visto che, insieme a tutti i sostenitori di un severo e generalizzato Lockdown, sono considerati delle specie di “negazionisti” o “minimizzatori” delle ricadute economico-sociali da parte di quelli che, da tali misure restrittive, vedono pregiudicate catastroficamente le loro possibilità di sopravvivenza economica.

Insomma, insieme al crescente numero delle vite perdute e dei malati, delle sofferenze dei pazienti e del burn-out degli operatori, insieme al malcontento e al disagio, si sfarinano il legame sociale e la fiducia nelle istituzioni, anche a causa di una desolante “guerra tra poveri”, in larga misura cinicamente alimentata da quegli irresponsabili che vogliono far credere a chi rischia la disoccupazione che la malattia non esista o che le morti per COVD siano dovute ad altre cause.

Su questo sfondo, oltre alla disperata necessità che chi ha responsabilità di governo (nazionale, regionale e locale) guardi la realtà in faccia, la dica integralmente ai cittadini e agisca efficacemente e responsabilmente, riducendo anche le diseguaglianze tra “garantiti” e non “garantiti”, si profila un ulteriore bisogno: quello di una sorta di Relational New Deal, nel senso di un impegno comune orientato al superamento, da parte di tutti, della consueta, pervasiva e radicale Politica del Conflitto.

Il che presupporrebbe, in primo luogo, un diffuso sforzo di Ascolto Politico, il quale non può essere ridotto al manipolatorio intento di assecondare o alimentare rabbie e paure dei concittadini, ma va inteso come tentativo di ascoltare sé stessi e il prossimo, così da incrementare la consapevolezza dei vissuti provati e da ridurre le possibilità che questi vengano sistematicamente messi in atto in maniera totalmente irriflessiva. Un po’ di Ascolto Politico (“politico”, appunto, in senso etimologico), ristabilendo una capacità di pensare e di comunicare (e non solo di reagire emozionalmente agli eventi), quindi, aiuterebbe tutti a liberarci dal predetto sequestro emozionale prodotto dal macro-conflitto in atto.

Tentare di svolgere un po’ di questa sorta di Political Conflict Management non significa, perciò, assumere un’impossibile e folle imparzialità tra chi nega l’esistenza o la gravità della pandemia, da un lato, e chi rispetta le norme e resta aderente alla realtà delle cose, dall’altro; significa, invece sentire e riconoscere apertamente la comune e dolente umanità, consapevoli del fatto che senza un basilare, reciproco, riconoscimento è assai improbabile che si possa un giorno pervenire ad un autentico superamento delle ostilità, dei fanatismi e delle vicendevoli de-umanizzazioni.

Non per caso, recentemente, il presidente eletto degli Stati Uniti ha indirizzato ai suoi concittadini un invito all’empatia da parte di tutti verso tutti e, rivolgendosi anche agli elettori di Donald Trump, ha detto: «Riprendiamo ad ascoltarci, diamoci una possibilità».

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