L’Italia verso una trasformazione demografica strutturale
L’Istat fotografa una trasformazione demografica destinata a cambiare profondamente la struttura sociale ed economica del Paese. Nel rapporto “I percorsi di vita delle generazioni”, presentato nell’ambito della pubblicazione “Cento anni di Istat”, emerge uno scenario segnato da calo delle nascite, aumento degli anziani e riduzione della popolazione residente.
Secondo le proiezioni aggiornate al 2024, nel 2050 la quota di over 65 salirà al 34,6% della popolazione, mentre quella delle persone tra i 15 e i 64 anni scenderà al 54,3%. Ancora più marcato il quadro previsto per il 2080, quando la popolazione italiana potrebbe fermarsi a 45,8 milioni di abitanti.
L’Istat sottolinea inoltre come stia cambiando rapidamente anche la composizione delle famiglie. Le persone sole passeranno dal 37% al 41,1% del totale delle famiglie, mentre le coppie con figli scenderanno dal 28% al 21%, raggiunte dalle coppie senza figli. Le famiglie monogenitore supereranno invece il 12%.
Il crollo delle nascite e l’invecchiamento della popolazione
Nel rapporto viene evidenziato come negli ultimi cinquant’anni la combinazione tra bassa natalità e aumento della speranza di vita abbia modificato radicalmente la struttura per età della popolazione italiana.
L’indice di vecchiaia, cioè il rapporto tra ultrasessantacinquenni e giovani sotto i 15 anni, è passato dal 50% del 1976 al 208% del 2025. Parallelamente, dal 2014 la popolazione residente ha iniziato a diminuire, passando dal massimo storico di 60,3 milioni registrato nel 2014 ai 58,9 milioni dell’inizio del 2026.
Secondo l’Istat, il saldo migratorio positivo non riesce più a compensare il deficit naturale tra nascite e decessi.
Nel 2025 il numero medio di figli per donna ha raggiunto il minimo storico di 1,14. Il rapporto ricorda che dopo una lieve ripresa registrata tra il 1995 e il 2008, sostenuta dal contributo delle donne straniere, la grande recessione ha invertito nuovamente la tendenza.
Oggi l’Italia è tra i Paesi europei con la fecondità più bassa e quello con l’età media al primo parto più elevata.
Le “trappole demografiche” che pesano sul futuro
L’Istat definisce “trappole demografiche” alcuni fattori strutturali che continueranno a incidere sulla popolazione italiana anche nei prossimi decenni.
Tra questi viene indicata la riduzione della popolazione in età riproduttiva tra i 15 e i 49 anni, conseguenza della bassa fecondità accumulata negli anni precedenti. A questo si aggiunge l’aumento dei decessi dovuto alla crescente concentrazione di popolazione anziana e il progressivo passaggio delle generazioni del baby boom verso le età più avanzate, processo che secondo i demografi si completerà tra il 2040 e il 2045.
Per effetto di questi elementi, la previsione mediana elaborata dall’Istat porta la popolazione italiana verso quota 45,8 milioni nel 2080.
Dai quasi un milione di nati del 1861 ai 355mila del 2025
Il dossier ripercorre anche l’evoluzione demografica italiana dall’Unità del Paese a oggi.
Nel 1861 nasceva quasi un milione di bambini l’anno su una popolazione di 26 milioni di abitanti, pari a 38 nati ogni mille residenti. Nel 2025, invece, i nati sono stati 355mila su quasi 59 milioni di residenti, cioè 6,3 per mille.
Anche il numero dei decessi è cambiato profondamente. Nell’Italia post-unitaria si registravano 800mila morti l’anno, pari a 31 per mille abitanti. Nel 2025 i decessi sono stati 653mila, cioè 11 per mille.
L’Istat sottolinea inoltre come l’aumento della longevità rappresenti il risultato di un miglioramento complessivo delle condizioni di vita e sanitarie. La speranza di vita è passata da circa 50 anni nel 1926 agli attuali 83,4 anni.
Gli studiosi dell’Istituto hanno ricordato che “siamo uno dei Paesi più vecchi al mondo perché siamo uno dei Paesi con la mortalità più bassa al mondo” e che “l’invecchiamento della popolazione è il risultato di un enorme successo collettivo”.
La trasformazione della famiglia italiana
L’Istat individua nella seconda transizione demografica, avviata dalla metà degli anni Settanta, una trasformazione sociale e culturale che ha cambiato profondamente i modelli familiari.
I giovani escono più tardi dalla famiglia d’origine, rinviano matrimonio e genitorialità e costruiscono percorsi di vita differenti rispetto alle generazioni precedenti.
Dal 2018 i matrimoni civili hanno superato quelli religiosi. Inoltre, i nati da genitori non coniugati, che negli anni Sessanta erano meno del 2% del totale, nel 2025 hanno raggiunto il 45,8%.
Anche la struttura delle famiglie si è modificata rapidamente. La coppia con figli, che trent’anni fa rappresentava quasi metà delle famiglie italiane, nel 2024 è scesa al 28,4%, mentre le persone sole sono diventate la forma familiare prevalente con il 37,1% del totale.
Istat: “Il processo è inarrestabile, serve un nuovo welfare”
Nel talk dedicato alla presentazione del rapporto, gli esperti Istat hanno invitato a leggere il fenomeno demografico come una trasformazione strutturale della società italiana.
“Più che subirle queste situazioni dovremmo governarle e sfruttarle”, hanno spiegato i demografi.
Secondo gli studiosi, “serve un’opera di redistribuzione della ricchezza e di conoscenza dalla popolazione anziana ai giovani, una maggiore equità intergenerazionale”.
Gli esperti hanno inoltre sottolineato la necessità di “un welfare nuovo, con prevenzione e assistenza, più investimenti in sanità, salute e servizi alla persona”.
Infine, nel corso del confronto, è stato evidenziato come la dinamica demografica non possa essere affrontata soltanto come emergenza.
“Il processo è inarrestabile”, hanno osservato gli studiosi, ricordando che la demografia “non lavora a compartimento stagno, ma interagisce con le altre questioni”.








