Dopo il Festival di Sanremo, «sta per andare in onda un film visto e rivisto, un classico della politica italiana: l’assedio dei vincitori al fortino di Viale Mazzini». Lo afferma Sebastiano Messina si occupa del caso Rai. «Diciamo la verità: ogni nuova maggioranza di governo ha tentato, riuscendoci quasi sempre, di mettere le mani sul servizio pubblico radiotelevisivo, quello che tutti dicono di voler sottrarre al controllo dei partiti, finché non tocca a loro».
«Dunque, non c’è nulla di sorprendente, nel desiderio del centrodestra di prendere il controllo della Rai. E tuttavia c’è qualcosa di preoccupante, nel fatto che l’assalto è partito proprio contro Sanremo. Il Festival non è la Comune di Parigi. Amadeus non è il capo del Cln. L’irriverente Fiorello non è un anarchico insurrezionalista. E Sanremo non avrebbe fatto per cinque serate il pieno degli ascolti se non fosse lo specchio dell’Italia di oggi, che non è egemonizzata dalla sinistra e dalla cultura gender fluid – come sostiene Fratelli d’Italia – ma è, più semplicemente, un Paese che oggi va nella direzione in cui va il mondo».
«È dunque inevitabile porre una domanda, alla presidente del Consiglio che finora non ha detto una sola parola ma evidentemente condivide il piano e forse anche le motivazioni degli assedianti: qual è la “narrazione” che il suo partito vorrebbe imporre alla Rai? Vuole usare il servizio pubblico per ottenere un’egemonia culturale fondata sul ritorno al passato, inseguendo l’idea di un’Italia che per fortuna ormai non c’è più? E per tornare a Sanremo, come crede che oggi sia possibile ingabbiare uno spettacolo vivo come il Festival all’interno dei “valori tradizionali”, evitando ogni sorpresa dal palco dell’Ariston? Domanda non retorica, perché al momento si conosce un solo strumento capace di ottenere questo risultato: la censura».
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