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[L’intervento] Mauro Pennasilico (Docente Diritto Privato Università di Bari): «Serve un ecoumanesimo. La transizione ecologica è un limite, occorre una vera conversione per uno sviluppo umano ed ecologico»

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Negli ultimi decenni l’attenzione per l’uso “accorto e razionale” delle risorse naturali si è accentuata, sotto la spinta del modello globale dello “sviluppo sostenibile”. La “sostenibilità”, nelle sue principali declinazioni (ambientale, economica e sociale), muta significato secondo il contesto di riferimento, ma indica comunque la ricerca di una condizione, sia pure variabile, di equilibrio, nella quale l’uso responsabile delle risorse naturali, il piano degli investimenti e la competitività delle imprese, l’equa distribuzione delle condizioni del benessere umano (lavoro, sicurezza, salute e istruzione) devono essere in sintonia e interagire.

La nozione descrittiva di sostenibilità trova la sua traduzione prescrittiva nel principio dello sviluppo sostenibile (artt. 3 e 21 TUE, 11 TFUE, 37 Carta UE), che impone di preservare la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni, secondo la nota formula del Rapporto Brundtland, che ispira anche il nostro codice dell’ambiente (art. 3-quater, comma 1, d.lg. n. 152 del 2006). Si tratta, tuttavia, di una nozione incerta e abusata, compromessa tanto da un approccio mercantilistico, che vede nello sviluppo il valore primario e nell’ambiente un mero limite esterno, quanto dall’ambiguità del termine “sviluppo sostenibile”, che postula una tensione costante verso un maggiore benessere, ma pone un limite di sostenibilità allo sviluppo.

Non sorprende, quindi, se, tramontata la fase oppositiva, che considerava l’interesse ambientale in contrasto insanabile con l’interesse allo sviluppo, l’approccio più sensibile alla gravità della crisi ecologica, particolarmente accentuata dall’emergenza pandemica, tenda a superare anche la concezione dello sviluppo sostenibile, ossia la fase della compatibilità tra le esigenze ambientali e quelle dello sviluppo economico. Occorre, invece, guardare all’ambiente come fattore di uno sviluppo che non determini esternalità negative, ma anzi contribuisca al miglioramento della qualità ambientale (in osservanza degli artt. 3, comma 3, TUE e 3-quater, comma 3, d.lg. n. 152 del 2006). Una svolta ecologica, che segna l’inizio di una terza fase, nella quale l’ambiente può avere un effetto propulsivo per un diverso tipo di sviluppo, basato sulla centralità integrata dell’uomo e della natura.

Una sorta di “ecoumanesimo” o “eco-antropo-centrismo”, che induce a ripensare il concetto di “sviluppo sostenibile” (ormai recessivo, nonostante le numerose proposte parlamentari di “costituzionalizzazione” espressa), da intendere più correttamente nel senso di sviluppo umano ed ecologico: il rispetto dei diritti umani (e dei connessi doveri inderogabili) porta a mitigare l’interpretazione riduttiva del concetto di sviluppo sostenibile in funzione esclusiva del valore ambientale, per realizzare anche la libertà dell’uomo dal bisogno e dall’ignoranza.

Occorre, nelle parole dell’Enciclica Laudato si’ (§ 139), «un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura»: un nuovo paradigma economico, che coniughi sviluppo e benessere, inclusione e reddito, collettività e individualità, solidarietà e circolarità, in modo che le risorse naturali siano gestite nella logica della sostenibilità ambientale e della lotta alla povertà (art. 21, § 2, lett. d, TUE), e la biodiversità sia protetta, valorizzata e ripristinata.

La sostenibilità trova nel principio costituzionale di sussidiarietà “orizzontale” (art. 118, comma 4, Cost.) uno spazio istituzionale condiviso tra azioni pubbliche e private convergenti verso il bene comune, con due fondamentali conseguenze: il contratto non è più configurabile come strumento per regolare esclusivamente interessi patrimoniali individuali ed egoistici delle parti; l’interesse ambientale diventa un limite interno allo sviluppo economico e, quindi, all’attività d’impresa. In questa prospettiva, che può definirsi come “conformazione ecologica” dell’autonomia negoziale, la “sostenibilità eco-sociale” assurge a parametro del controllo di meritevolezza degli atti negoziali, in quanto idonei a realizzare una funzione “ecologico-sociale”. Occorre, pertanto, sottoporre i contratti alla valutazione di sostenibilità, che attiene non già all’utile, bensì al giusto, ossia alla migliore soddisfazione qualitativa dei bisogni sociali e ambientali della persona.

Si tratta di una prospettiva che, da un lato, induce a ripensare la funzione di mero scambio, quantitativo ed economico, del contratto; dall’altro, mette in discussione l’essenza stessa della categoria contrattuale, intesa per consuetudine come strumento di appropriazione esclusiva di beni e servizi. Si giustifica, pertanto, la proposta del “contratto ecologico”, inteso come strumento elettivo di un New Deal ambientale, un “dispositivo di alleanza” (tra privati o tra privato e pubblici poteri) preordinato a regolare il concorso di una pluralità di interessi solidali e convergenti intorno al godimento inclusivo delle risorse naturali: un accordo rivolto a costituire, modificare o estinguere rapporti giuridici ecosostenibili, ossia a impatto positivo sull’ambiente.

Si pensi a fenomeni negoziali quali il “partenariato pubblico-privato”, per realizzare opere o servizi di utilità sociale e ambientale; gli “appalti verdi”, connotati dall’obbligatorietà dei «criteri ambientali minimi» di valutazione; i contratti di rendimento energetico, volti a riqualificare l’efficienza di un sistema energetico, con effetti anche a protezione dei terzi, la cui sfera è incisa dalle vicende contrattuali; le “locazioni verdi”, informate alla sostenibilità energetica e ambientale degli immobili locati; gli acquisti in regime di commercio c.d. equo e solidale, caratterizzati da una relazione paritaria tra produttori e consumatori; gli strumenti della finanza sostenibile (mutui verdi, green bond, benchmark climatici), che orientano i flussi di capitale privato verso investimenti ecosostenibili.

Il diffondersi di tali congegni negoziali pone un dilemma di “politica del diritto”: se la tutela ambientale sia ancillare allo sviluppo o se, al contrario, lo sviluppo sia strumentale alla tutela dell’ambiente, al punto da parlarsi non già di “sviluppo sostenibile”, bensì di “protezione sostenibile”, per indicare, in una prospettiva rovesciata, l’interesse prioritario di evitare il sacrificio dell’ambiente naturale, salvo casi eccezionali e contingenti di prevalenza dell’esigenza di sviluppo economico, motivati dall’interesse pubblico. Conclusione, questa, che apre il varco a una conseguenza fondamentale: la concezione antropocentrica non è più assoluta nella cultura giuridica occidentale, ma è affiancata, quando non superata, da una concezione ecocentrica o biocentrica, della quale è traccia anche nel nostro ordinamento (art. 3-quater, comma 4, d.lg. n. 152 del 2006).

La soluzione del problema non sembra possa ricercarsi nell’equo bilanciamento tra ambiente e sviluppo. Del resto, nel caso di conflitto tra interessi economici e interessi ambientali, il codice dell’ambiente sancisce che «gli interessi alla tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale devono essere oggetto di prioritaria considerazione» (art. 3-quater, comma 2). Priorità che significa non già “tirannia” dei valori della salute e dell’ambiente su altri diritti fondamentali della persona (come ha reputato l’ambigua sentenza costituzionale n. 85 del 2013 sul caso Ilva), bensì consapevolezza che, nell’architettura della Costituzione italiana, la salute, la vita, la dignità umana e l’integrità ecologica sono valori inviolabili e, come tali, sottratti a ogni compromesso.

Il Giudice delle leggi, pur confermando, con la sentenza n. 58 del 2018, che il legislatore può agire per salvaguardare la produzione e l’occupazione in settori strategici per l’economia nazionale, riconosce i diritti alla salute e alla vita (cui sono inscindibilmente connessi il diritto all’ambiente salubre e il diritto al lavoro in ambiente sicuro) come valori costituzionali inviolabili, che, a rigore, non potrebbero essere contemperati con interessi incommensurabili, in quanto essenzialmente economici.

Nel “bilanciamento” tra esigenze economico-finanziarie ed esigenze ecologico-sociali, la diversa connotazione e importanza degli interessi antagonisti impedisce che il fine (l’attuazione dei diritti sociali e ambientali della persona) possa essere posto sullo stesso piano del mezzo (l’efficienza economica). Non sorprende, allora, che l’insufficiente risposta legislativa e istituzionale dello Stato italiano sul caso Ilva sia stata sanzionata dalla Corte di Strasburgo (Corte EDU, 24 gennaio 2019, Cordella e altri c. Italia), che ha accolto il ricorso di alcuni cittadini di Taranto e ha condannato lo Stato italiano per non aver saputo proteggere la vita e la salute dei ricorrenti e dei propri familiari, valorizzando, in applicazione dell’art. 8 della CEDU, anche l’interesse privato alla qualità della vita.

Si tratta, quindi, di prendere atto che, nel vigente ordinamento italo-europeo, il rispetto della persona e la protezione dell’habitat, assunti come valore unitario, costituiscono l’idea forte della legalità costituzionale, secondo la quale l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana. Del resto, l’immane emergenza sanitaria da Covid-19 ci ha insegnato, o forse confermato, che la gerarchia tra i diritti esiste, e può portare anche a sacrifici quasi totali di alcuni diritti personali o economici per salvaguardare il diritto fondamentale alla vita e alla salute, che rappresenta il presupposto per l’esercizio e il godimento degli altri diritti, così smentendo, ancora una volta, l’approccio della Corte costituzionale nella sentenza n. 85 del 2013.

Pertanto, l’intera vicenda dell’ex Ilva dimostra che non è possibile prescindere, nell’affrontare le questioni sociali e ambientali, dalla ricerca di un equilibrio “eco-antropo-centrico”, che miri a garantire anche le esigenze delle generazioni future, in linea con il principio di sostenibilità e con gli obiettivi ecologici perseguiti dall’art. 191 TFUE, nella consapevolezza, gravemente sottovalutata dalla cultura antropocentrica occidentale, che il danno all’ambiente non è altro che un danno (non di rado irreparabile) alla salute umana. In realtà, quando sono in gioco valori fondanti e incomprimibili, come accade nella crisi ecologica e sanitaria dell’epoca pandemica, la composizione dei conflitti è nel bilanciamento “diseguale”, che istituisce una gerarchia assiologica saldamente ancorata al maggior “peso” intrinseco dei valori esistenziali ed ecologici: dignità, salute, vita, ambiente.

Si tratta, dunque, non già di una mera “transizione” ecologica, ossia di un cambiamento soltanto esteriore, bensì di un mutamento radicale, di un’autentica “conversione” ecologica: non più un diritto dell’ambiente, che si limita a contemperare la protezione e la qualità dell’ambiente con i livelli di produttività, bensì un diritto dello sviluppo umano ed ecologico, fondato sul superamento sia dell’opposizione sia della compatibilità tra ambiente e sviluppo, e sul recupero della simbiosi o armonia tra uomo e natura, sul ruolo non più marginale della giustizia distributiva ed ecologica, su nuovi principi costituzionali (sovranità alimentare, diritto al cibo, risorse naturali come “beni comuni”).

Una disciplina che escluda il neutro bilanciamento equiponderale tra ambiente e sviluppo, e si trasfonda in regole che pongano l’interesse ambientale non più come mero limite (esterno o interno) alle operazioni negoziali degli attori pubblici e privati, ma come fattore trainante dello sviluppo eco-nomico e del miglioramento della qualità della vita e dell’ambiente eco-logico, nel segno di una ritrovata radice comune: la “casa” (letteralmente, oikos) nella quale l’uomo è ricompreso.

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