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La remigrazione di Vannacci costerebbe all’Italia 300 miliardi. Ecco perché | Lo scenario dell’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani

In diversi Paesi europei sono state avanzate proposte di remigrazione.

In Italia Futuro Nazionale mira a ridurre drasticamente la percentuale di stranieri dall’attuale 9% a un massimo del 4%.

Ma quale sarebbe l’effettivo impatto di una simile misura sulle finanze pubbliche e sull’economia del Paese?

Questa nota dell’Osservatorio nazionale dei Conti Pubblici Italiani dellla Università Cattolica di Milano stima che un piano di remigrazione basato sul rimpatrio volontario comporterebbe costi esorbitanti per lo Stato: per indurre oltre 3 milioni di cittadini extracomunitari ad abbandonare volontariamente l’Italia, la spesa per compensare la perdita di reddito familiare durante la loro restante vita lavorativa ammonterebbe a oltre 300 miliardi di euro (il 15% del Pil).

Dal punto di vista macroeconomico, l’uscita di 1,5 milioni di lavoratori comporterebbe una perdita annua di valore aggiunto fino a un massimo di 108 miliardi di euro all’anno, con il rischio di paralisi per interi settori.

Le misure proposte da Futuro Nazionale per riportare in Italia lavoratori di origine italiana potrebbero ridurre la perdita di valore aggiunto, ma aggraverebbero ulteriormente il peso per i conti pubblici.

La recente vittoria di Alternative für Deutschland (AfD) in Sassonia-Anhalt ha riportato al centro del dibattito politico europeo il tema della “remigrazione”, ossia il rimpatrio sistematico su larga scala di cittadini stranieri.

In Italia il recente programma di Futuro Nazionale include proposte simili e il suo leader, l’On. Vannacci, ha dichiarato di voler ridurre la percentuale di stranieri in Italia ad un valore “estremamente ridotto e senza alcun impatto sociale”, fissando successivamente una soglia ideale del 4%, contro l’attuale 9,1%.

Nel dibattito pubblico, media e schieramenti politici si concentrano quasi esclusivamente su aspetti identitari, di sicurezza, etici o giuridici.

Questa nota, invece, ne discute l’impatto per le finanze pubbliche e per l’economia italiana.

L’analisi si concentra in particolare su due aspetti: (i) i costi operativi diretti che lo Stato dovrebbe sostenere per le procedure di rimpatrio; (ii) l’impatto macroeconomico, stimato in termini di perdita di valore aggiunto, derivante dalla sottrazione di forza lavoro al sistema produttivo del Paese.

Costi diretti

Al 1° gennaio 2025, risiedevano legalmente in Italia 5,37 milioni di stranieri: tra questi ci sono 3,81 milioni di cittadini extracomunitari, di cui 1,83 milioni di lavoratori.

Per raggiungere l’obiettivo del 4%, sarebbe necessario remigrare circa 3,14 milioni (presumibilmente) di extracomunitari, che includono (mantenendo la stessa percentuale di lavoratori sul totale) 1,51 milioni di lavoratori e 1,63 di congiunti non lavoratori.

Per farlo, ipotizziamo che lo Stato implementi una misura simile, ma molto più potenziata, al già esistente rimpatrio volontario assistito (RVA), come proposto nel programma di Futuro Nazionale.

L’RVA è gestito dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni e promosso dal Ministero degli Interni con co-finanziamenti dell’Unione Europea.

Prevede che lo Stato contribuisca al rimpatrio del migrante pagando le spese per il viaggio di ritorno, fornendo un’indennità di prima sistemazione di 615 euro per migrante, oltre a un contributo per la reintegrazione di 2000 euro per i singoli e i capi famiglia e di 1000 euro per ogni familiare a carico (adulto o minore).

Questi incentivi sono però del tutto inadeguati: nel 2025 ci sono stati solo 675 rimpatri volontari assistiti.

Il che è comprensibile, visto l’enorme divario esistente tra le retribuzioni in Italia e quelle dei Paesi di origine.

Un bonus adeguato a motivare partenze volontarie dovrebbe tenere conto di ciò a cui rinuncia un immigrato abbandonando l’Italia.

Prendiamo, ad esempio, il Marocco, la prima nazione fuori dall’Europa per numero di cittadini extracomunitari residenti in Italia.

Il reddito lordo pro capite in Marocco nel 2025 è stimato dal FMI in 11.266 dollari a parità di potere d’acquisto (PPP).

In Italia la stessa misura ammonta a 63.075, il che significa che la capacità di consumo di un italiano medio è 5,6 volte quella di un marocchino medio, il motivo per cui i cittadini marocchini migrano in Italia.

Ipotizzando che un marocchino guadagni il 60% del reddito medio di un italiano (perché lavora in settori a minore qualificazione), la differenza tra il reddito che un marocchino guadagna in Italia e quello che guadagna in Marocco è di 26.579 dollari.

Questa cifra equivale al reddito annuo (a parità di potere di acquisto) a cui rinuncia un marocchino lasciando l’Italia per tornare a lavorare nel Paese d’origine.

Moltiplicando per il tasso di conversione PPP del Marocco (3,93) e convertendo il risultato in euro (dato un tasso di cambio euro/dirham marocchino di 10,55), la perdita economica annua è di 9901 euro (dato molto più basso del precedente perché non corretto per la differenza in parità di potere d’acquisto).

Per risarcire il migrante, lo Stato dovrebbe rimborsare questa perdita per il numero di anni di lavoro che avrebbe potuto ancora svolgere in Italia.

Assumendo che un marocchino debba rinunciare a 30 anni di lavoro in Italia e ipotizzando di attualizzare il minore reddito per i prossimi tre decenni a un tasso del 2%, lo Stato dovrebbe sborsare 221.747 euro per ricompensarlo totalmente.

Questo importo ci dice quanto valga un lavoro italiano per un marocchino rispetto a un lavoro in Marocco.

Considerando di dover rimborsare solamente i lavoratori da remigrare (il resto dei familiari seguirebbe il lavoratore), la spesa totale sarebbe di circa 335 miliardi di euro.

A questi vanno aggiunti i costi di trasporto per il lavoratore e per i suoi familiari.

Aggiungendo i costi di trasporto per il lavoratore e per i suoi familiari, che ipotizziamo essere di 800 euro a persona, si arriva a un totale di 337,5 miliardi.

Questo calcolo non tiene conto delle differenze del livello di tassazione, più alta in Italia che in Marocco.

Ma questa differenza è almeno in parte compensata dalla diversa qualità dei servizi pubblici tra i due Paesi.

Al costo della remigrazione occorrerebbe aggiungere quelli necessari per bloccare completamente l’immigrazione irregolare (pattugliamenti e altro, che stimiamo in 2,3 miliardi l’anno).

Si tratta di importi enormi che illustrano la difficoltà della remigrazione volontaria.

La stima del costo della remigrazione sarebbe anche maggiore se considerassimo che gli immigrati provenienti da zone più povere (come l’Africa subsahariana) affronterebbero una perdita economica dovuta al rimpatrio ancora più ingente di quella sostenuta da un marocchino.

Naturalmente, gli importi potrebbero essere minori se i lavoratori extracomunitari, a parità di reddito, preferissero vivere nel loro Paese, per motivi culturali e sentimentali.

Ma non è ovvio che questo sia il caso.

L’impatto macroeconomico: la perdita di valore aggiunto

La seconda componente di costo della remigrazione riguarda la perdita di capacità produttiva del Paese.

Come detto precedentemente, un eventuale allontanamento di 3,14 milioni di cittadini extra-comunitari comporterebbe la fuoriuscita dal mercato del lavoro di circa 1,51 milioni di lavoratori.

Il loro contributo produttivo si può ottenere moltiplicando il valore aggiunto totale di ciascun macrosettore di attività economica (ATECO 2007) per la quota percentuale di lavoratori non-UE da remigrare impiegati nel medesimo settore.

Nel 2025, su un valore aggiunto nazionale di 2.014 miliardi di euro, il contributo diretto dei lavoratori extracomunitari che andrebbero remigrati è di 108,1 miliardi, il 5,4% del totale.

Questo dato rappresenta un tetto massimo della perdita di valore aggiunto perché, all’interno di ogni macrosettore, è probabile che lavoratori non comunitari svolgano lavori a minor valore aggiunto, mentre, nella Tavola 1 viene assunto che il valore aggiunto per capita sia lo stesso tra un lavoratore italiano e uno straniero.

Tuttavia, la fuoriuscita di un’ampia fetta di lavoratori a basso valore aggiunto rischierebbe di paralizzare interi settori.

Ad esempio, nel settore agricolo, la fuoriuscita di extracomunitari, spesso impiegati come braccianti, causerebbe un blocco nella catena di produzione.

Anche nei settori in cui l’incidenza percentuale degli extracomunitari da remigrare è minore, il danno in valore assoluto sarebbe imponente a causa delle dimensioni del comparto: l’industria in senso stretto, pur perdendo “solo” il 5,8% di manodopera extra-UE, subirebbe una perdita di valore aggiunto di circa 22,9 miliardi di euro, mentre i servizi immobiliari e alle imprese perderebbero oltre 21,1 miliardi.

La perdita annua massima di 108 miliardi di valore aggiunto sarebbe tale a programma ultimato.

Dato che Futuro Nazionale prevede di completare il processo di remigrazione nell’arco di due legislature, nei primi anni di governo tale perdita sarebbe minore.

Naturalmente, la perdita di capacità produttiva potrebbe essere compensata da un aumento dei posti di lavoro occupati da lavoratori italiani.

In proposito, il programma di Futuro Nazionale propone principalmente due misure compensative:

  • La “facilitazione al reperimento di mano d’opera italiana e innesco dell’aumento stipendiale per i ‘lavori umili’”, basata sulla riduzione del cuneo fiscale;
  • Un “incentivo fiscale al rientro degli italiani in età produttiva all’estero”.

È incerto se questi incentivi possano essere adeguati a trovare nuovi lavoratori italiani alla luce dell’ormai basso tasso di disoccupazione in Italia e del fatto che, almeno per i prossimi vent’anni, permarrà un forte squilibrio tra gli italiani che raggiungono l’età della pensione e quelli che raggiungono l’età lavorativa.

In proposito, vale la pena di sottolineare che il calcolo sopracitato si focalizza solo sulle perdite produttive alla remigrazione e non include, quindi, le perdite derivanti dall’interruzione del flusso di nuovi migranti per colmare lo squilibrio futuro derivante dal passato crollo della natalità.

Inoltre, anche ipotizzando che questi incentivi funzionino in parte, entrambi gli interventi comportano maggiori spese e quindi un aggravio per il bilancio dello Stato.

Per saperne di più

https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-remigrazione-costi-e-ripercussioni-macroeconomiche-per-l-italia

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