In pensione a 64 anni, per tutti, anche chi ha iniziato a lavorare dopo la riforma del 1996 e quindi rientra nel sistema contributivo.
L’ipotesi avanzata dalla Lega questa estate, in vista della manovra, aggiungerebbe un importante elemento di flessibilità al sistema pensionistico, permettendo di lasciare su base volontaria il lavoro anche a coloro che non raggiungono i requisiti.
È il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che ci lavora e ne parlerà mercoledì mattina all’appuntamento della Lega “A tua difesa – Verso la Finanziaria 2027”, con il presidente dell’Inps Gabriele Fava.
La proposta dovrebbe prevedere due condizioni: rinunciare a una parte della liquidazione, perché la si utilizzerebbe per aumentare il montante contributivo e raggiungere la soglia minima di pensione, ma anche il ricalcolo interamente contributivo dell’assegno.
Secondo una prima simulazione dell’Osservatorio previdenza della Cgil questo sistema “scaricherebbe sul lavoratore l’intero costo dell’anticipo: una pensione pubblica più bassa per tutta la vita, il tetto temporaneo per gli assegni più elevati, l’impiego del Tfr per raggiungere la soglia e il mantenimento del requisito economico che esclude le retribuzioni più basse”.
Ad amplificare la rigidità del sistema, premette il sindacato, è stato negli ultimi anni l’innalzamento della soglia economica.
Per andare in pensione anticipata a 64 anni, nel 2022 era necessario maturare una pensione pari ad almeno 2,8 volte l’assegno sociale, 1.310,68 euro mensili.
Nel 2026 la soglia ordinaria è salita a tre volte l’assegno sociale, ossia 1.638,72 euro mensili.
Dal 2030 è previsto il passaggio a 3,2 volte l’assegno sociale e, nella simulazione realizzata dall’Osservatorio Cgil, la soglia viene stimata in 1.818,94 euro mensili.
Nell’analisi, l’Osservatorio ha assunto come riferimento l’ultima retribuzione media annua comunicata dall’Inps per il 2024 per le lavoratrici e i lavoratori dipendenti del settore privato, esclusi il settore agricolo e colf e badanti, pari a 24.486 euro lordi annui.
Il valore medio nasconde in ogni caso una forte differenza di genere: la retribuzione media annua degli uomini è pari a 27.967 euro, mentre quella delle donne si ferma a 19.833 euro.
Secondo il sindacato, l’utilizzo del Tfr non risolve il problema: con una retribuzione annua di 30mila euro e 30 anni di contribuzione, ad esempio, la pensione simulata a 64 anni è di circa 1.110 euro mensili, molto lontana dai 1.638,72 euro richiesti nel 2026, e anche aggiungendo il Tfr stimato, il montante complessivo rimarrebbe insufficiente a raggiungere la soglia.
Non solo. Secondo la simulazione l’operazione avrebbe anche un costo alto: con 40 anni di contribuzione e una retribuzione annua di 35mila euro, la pensione calcolata con il sistema misto sarebbe di circa 1.726 euro mensili; con il ricalcolo contributivo scenderebbe a circa 1.543 euro: oltre 182 euro in meno ogni mese, pari a una riduzione del 10,6%.
Con una retribuzione di 50mila euro la perdita salirebbe a 261 euro al mese e con 70 mila euro a oltre 365 euro mensili.
A conti fatti, secondo la Cgil, considerando la speranza di vita residua media a 64 anni, la perdita cumulata sarebbe di circa 52.500 euro per i redditi fino a 35 mila euro, 75mila euro per quello da 50mila e oltre 105 mila euro per quello da 70 mila.
Per le donne, in ragione della maggiore speranza di vita, la perdita cumulata può risultare ancora più elevata.
“Un paradosso è evidente”, per il sindacato: “dopo avere innalzato l’importo soglia, rendendo più difficile l’uscita a 64 anni, si propone di utilizzare il Tfr dei lavoratori per consentire loro di superare la stessa barriera”, ma ricorda il sindacato, “il Tfr è salario differito e non può essere considerato una risorsa pubblica con cui finanziare una presunta maggiore flessibilità”.








