Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

La paura per una immigrazione incontrollata non è fascismo | L’analisi di Giuseppe Coco

Le elezioni in Sassonia-Anhalt con la schiacciante vittoria dell’AfD suonano una sveglia importante per tutte le forze socialiste e liberali, ma la sua interpretazione è ancora aperta e oggetto di dibattiti accesi.

Secondo alcuni, come per la Brexit, si tratta di una rivolta di natura economica dei “posti che non contano”, territori rimasti al margine dello sviluppo delle grandi città dinamiche negli ultimi anni e che si prendono la rivincita sulle élite cittadine votando forze populiste.

A sostegno di questa interpretazione si dice che la Sassonia (e la ex Germania Est) sono rimaste ancora fortemente in ritardo economico rispetto alla Germania occidentale.

Ma la spiegazione economicista non regge ai fatti.

In effetti, anche se la diseguaglianza rimane, i Länder orientali da 30 anni convergono in termini di reddito pro-capite e almeno fino al 2019 crescono, al contrario del Mezzogiorno.

Se guardiamo alla crescita del PIL pro-capite la Sassonia almeno fino al 2019, quando comincia la grande crisi tedesca, cresce a circa 1,5% all’anno.

Per fare un confronto il tasso di crescita (sempre pro capite) italiano in questo periodo è stagnante.

Due ulteriori confronti ci danno un quadro ancora più chiaro.

Nel 2024 il reddito nominale lordo pro capite in Sassonia-Anhalt è di 26 mila euro (Italia=23 mila, Calabria=17 mila), mentre il tasso di occupazione è del 77% circa (Italia 67%, Calabria=48%).

Gli ultimi 5 anni sono sicuramente stati molto più complessi per la Germania, e questo può spiegare parte dell’insoddisfazione.

Ma sui media si sta propagando l’idea che la Germania Est sia piagata da una povertà e disoccupazione disperante che induce la gente a votare per un partito nazista.

Se questo meccanismo fosse lontanamente vero, dovremmo vedere sfilare gruppi di SS sul lungomare di Reggio Calabria.

La tentazione di spiegare tutto con le diseguaglianze e la povertà dei territori è forte se si vuole preservare i propri pregiudizi, ma non regge ai fatti.

Inoltre, mortifica la possibilità che i poveri o gli abitanti di zone marginali votino secondo dei valori e delle appartenenze culturali legittime.

Lo scivolamento di tutti i sistemi democratici europei verso partiti di estrema destra di nuova fondazione e il terremoto che in Francia, Regno Unito e Germania sta sconvolgendo gli assetti della competizione politica che duravano da secoli, non può essere compreso senza capire la rivolta delle classi popolari contro l’immigrazione massiccia degli ultimi decenni.

Nonostante le rassicurazioni sempre meno credibili degli intellettuali, è abbastanza chiaro che l’impatto dell’immigrazione non può che essere costoso sul finanziamento del welfare nel medio periodo (https://www.ripartelitalia.it/giuseppe-coco-crollo-demografico-debito-pubblico-politiche-familiari-deboli/), che i tassi di criminalità sono molto diversi da quelli dei nativi anche se in gran parte per effetto di variabili demografiche ed economiche, che l’integrazione anche delle seconde generazioni è molto più difficile e costosa di quanto ci si potesse aspettare.

In Germania, Francia e Inghilterra oggi più del 25% della popolazione è nata all’estero o di seconda generazione.

Questo significa che in alcuni contesti soprattutto urbani la concentrazione è molto maggiore.

Come nel Regno Unito (https://www.ripartelitalia.it/immigrazione-sicurezza-e-il-collasso-del-sistema-lanalisi-delleconomista-giuseppe-coco/), infine, è impossibile negare l’esistenza di una dimensione culturale del voto che non può essere solo demonizzata.

Il desiderio di preservare una identità nazionale da un afflusso massiccio di migranti, culturalmente molto diversi, non va necessariamente etichettato come nazista o fascista per due ragioni.

Da un lato non funziona più perché l’elettorato in molti casi non è più disposto a credere a questa strategia di deterrenza; dall’altro il rischio di questa demonizzazione è lo sdoganamento del fascismo vero.

D’altronde è difficile recuperare il 44% dell’elettorato insultandolo ed etichettandolo come fascista.

Parte della sinistra ritiene che la strada giusta è polarizzare lo scontro, alleandosi con l’elettorato immigrato (spesso organizzato e talvolta islamista).

Il Green Party inglese (oltre al marginalizzato Labour) e la France Insoumise sono andati su questa strada, ma al momento questi Paesi sembrano andare dritti verso affermazioni clamorose delle destre.

Esiste un’altra strada.

In Danimarca, ad esempio, la premier socialista Mette Frederiksen ha appena ottenuto il terzo mandato dal 2019, nonostante grosse difficoltà, su una linea di controllo dell’immigrazione.

La Danimarca ha anch’essa accettato grandi numeri di immigrati negli scorsi decenni ed è il Paese che ha prodotto più dati sulla posizione fiscale netta degli immigrati e sulle statistiche criminali.

Una lettura non ideologica dei dati ha indotto gli stessi socialisti a un approccio molto più prudente di quello di altri Stati europei.

Nelle elezioni del 2026 le forze di estrema destra hanno totalizzato meno del 15%.

L’Italia non è in una situazione paragonabile ai nostri vicini del Nord.

La percentuale di immigrati è del 9% della popolazione e comprendendo le seconde generazioni arriviamo al 15%.

Anche la situazione dell’ordine pubblico, nonostante segnali preoccupanti, non è di allarme sociale.

Ma quanto avviene in Germania e nel resto del Nord Europa non può non essere un segnale importante anche per il nostro Paese.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.