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[L’Intervento] Maurizio Hazan (Avvocato Assicurativo): «I vaccini e le responsabilità degli attori coinvolti in caso qualcosa non funzioni»

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Com’era facile attendersi, la campagna vaccinale antiCovid, innestatasi con fatica su di un tessuto sociale ferito e giustamente impaziente, ha scatenato a vari livelli una serie di reazioni critiche, tutte volte a far emergere potenziali errori, di cui qualcuno – alla fine – dovrebbe rispondere.

“Responsabilità” sembra oggi la parola d’ordine: non soltanto intesa come assunzione etica e responsabile di impegno ma soprattutto come strumento inquisitorio attraverso il quale ricercare uno o più responsabili sui quali allocare rischi ed imputare determinati costi e i conseguenti danni.

Così, da un lato, si discute animatamente della lentezza con la quale, complice il disallineamento tra le varie regioni, si sta procedendo alle vaccinazioni, specie dei grandi anziani e dei soggetti fragili; lentezza di cui qualcuno   – in un paese che conosce in quei soggetti una mortalità da Covid elevatissima – potrebbe esser chiamato a rispondere. Vi è poi il tema, delicatissimo, della responsabilità del personale sanitario no wax a fronte del diritto del paziente a quella “sicurezza delle cure” alla quale, come affermato dall’art. 1 della legge Gelli (24/2017) “è tenuto a concorrere tutto il personale”.

La prevenzione dal rischio di contagio all’interno di una struttura ospedaliera non sembra questione rimettibile alla libera scelta di ogni singolo operatore, ed è per questo che è oggi di viva attualità il dibattito circa l’introduzione (probabilmente imminente) dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario.

Un altro tassello del problema si è poi andato ad aggiungere, con estrema urgenza, in relazione al tema – oggi mediatico –  della “responsabilità” dei vaccinatori in caso di effetti indesiderati od eventi avversi correlati all’inoculazione del vaccino.

Un tema che sfiora il limite del paradosso e, ovviamente, evoca rischi penali e civili di cui gli operatori certamente non vogliono e non possono farsi carico, mettendo così il buon esito di una campagna vaccinale che dovrebbe invece poter contare sullo slancio generoso dei soggetti chiamati a somministrare le dosi (siano essi pediatri, medici ambulatoriali, specializzandi, odontoiatri, infermieri o farmacisti)

Si tratta però di rischi che, a differenza di quelli legati al contagio ospedaliero o alla mancata presa in carico dei pazienti o alle morti da Covid all’interno delle strutture, appaiono in concreto remoti. Lo statuto della responsabilità sanitaria, così come disciplinato dagli artt. 1, 3, 5, 6 e 7 della legge 24/2017, si fonda sul principio in base al quale non può considerarsi responsabile chi si sia comportato correttamente ed abbia diligentemente attuato linee guide e buone pratiche assistenziali.

La somministrazione di un vaccino, che non sembra comportare rischi operativi di sorta, ben difficilmente sarà ritenuta scorretta perché effettuata in violazione delle semplicissime istruzioni operative che riguardano quel gesto tecnico. Eventuali reazioni avverse – purché oggetto di corretta informativa preventiva – non possono certo essere imputate all’operatore, trattandosi di farmaci regolarmente autorizzati (salvo che l’eventuale scelta tra un vaccino e l’altro – su soggetti particolarmente vulnerabili – non sia stata conforme a determinate raccomandazioni operative).

In ogni caso pare assolutamente improbabile che eventuali eventi avversi vaccinali possano davvero esser ritenuti causalmente riconducibili all’operato dei medici somministranti (e non invece alle caratteristiche stesse del farmaco). Detta in altri termini la semplice applicazione degli ordinari principi in tema di responsabilità civile e penale, e dunque l’attuale impianto normativo, offrono ampia protezione agli operatori somministranti, senza la necessità di quello “scudo” specifico di responsabilità di cui si sente, da qualche tempo, parlare. La loro teorica responsabilità rimane dunque davvero un’ipotesi più che marginale, quasi irrealistica (a prescindere che si tratti di responsabilità contrattuale, o come riterrei, extracontrattuale).

Salvo, si pongano questioni, comunque poco probabili, di insufficiente o inesatta informazione preventiva al paziente, circa eventuali complicanze. Il problema, semmai, è un altro. L’avvio di procedimenti penali o civili, anche se destinati ad una sistematica archiviazione o a un rigetto, comportano costi umani, economici e reputazionali del tutto inopportuni. Non si pone dunque un problema di scudo a protezione di improbabili responsabilità, ma semmai emerge l’esigenza di interporre un barrage in radice, tale da impedire l’avvio di iniziative giudiziarie esplorative e del tutto inopportune, come quelle che hanno visto iscrivere troppo frettolosamente alcuni operatori nel registro degli indagati a fronte di decessi post vaccinali dalle cause tutte ancora da scoprire.

Tale problema, in realtà, merita di esser considerato da un angolo visuale molto più ampio riprendendo le fila di un discorso troppo in fretta abbandonato: ben al di là dei vaccini, il COVID ha posto l’esigenza di una più generale protezione del comparto sanitario, che tanto strenuamente si è impegnato a difesa dei cittadini nell’emergenza. In un contesto in cui le linee guida e le buone pratiche costituiscono un formante ancora in via di definizione si sta tornando a pensare, come già si era ipotizzato agli inizi della pandemia, a una norma emergenziale che, coordinandosi con i principi di base della legge 24/2017, circoscriva tutte le responsabilità comunque correlate al Covid, limitandole alle ipotesi di una colpa grave non generica, ma anch’essa da valutarsi alla luce delle conoscenze e delle risorse disponibili al momento dell’evento avverso.

E ciò dovrebbe esser fatto a tutela dell’intero sistema sanitario, e non dei soli esercenti, giacché la pandemia ha messo a dura prova tutte le forze coinvolte nella battaglia del Covid, professionali, strutturali, organizzative. I tempi sono maturi, essendo lecito attendersi, negli attuali scenari di malcontento sociale e di crisi, che gli attacchi giudiziari sino ad oggi mai davvero esplosi, inizino davvero a prendere piede.

Il che non significa lasciar senza tutela le vittime dei casi più gravi né tantomeno omettere di proteggere le categorie professionali che, impegnate in trincea, si siano contagiate. Al contrario, è forse giunto il momento di provare a capire se la soluzione possa esser trovata, piuttosto che nell’ostinata ed esclusiva ricerca di responsabilità risarcitorie, in un sistema che, limitando quelle responsabilità alle colpe gravi, possa fondarsi su logiche solidaristiche, con la costituzione di fondi ad hoc a matrice indennitaria.

Il modello no fault della legge 210/92, proprio in tema di reazioni avverse da vaccini, potrebbe costituire la base di un nuovo approccio al problema, corroborato dalla consapevolezza di poter forse disporre, oggi più che in passato, di sostegni economici pubblici e comunitari utili alla bisogna.

Cambiando l’angolo visuale – a fronte dei i potenziali rischi di responsabilità che mettono in pericolo quella serenità d’azione indispensabile a consentir loro agli operatori della sanità di reggere al meglio l’urto dell’emergenza pandemica –  il sostegno di adeguate coperture assicurative potrebbe risultare di fondamentale utilità, al di là della creazione di quegli “scudi” normativi di cui si è appena fatto cenno. In questo senso, del resto, la legge 24/2017 (Gelli) sulla sicurezza delle cure aveva introdotto, a carico dei professionisti e delle strutture, l’obbligo di copertura del loro rischio sanitario, in forma assicurativa o eventualmente (per le sole strutture) attraverso analoghe misure di “assunzione diretta del rischio”.

Si tratta di un sistema assicurativo ispirato all’assicurazione obbligatoria della RC auto e dunque mirato anche alla protezione del paziente danneggiato, a cui spetta un’azione diretta nei confronti della Compagnia assicurativa. Senonché, a ormai quattro anni di distanza dall’entrata in vigore della legge, quel sistema è rimasto ancora fortemente paralizzato dalla mancata emanazione del DM attuativo che avrebbe dovuto determinare i requisiti minimi delle polizze assicurative e le condizioni generali di operatività delle altre analoghe misure.

L’irruzione della pandemia ha, evidentemente, impresso una forte accelerazione ai lavori, sino a portare alla discussione dello schema di DM (confezionato dal MISE) alla Conferenza Stato- Regioni dello scorso 21 gennaio, dov’era ragionevole attendersi la sua approvazione. Che invece non c’è stata, essendo state sollevate obiezioni e formulate proposte di modifica sul testo, tra le quali alcune relative alla disciplina delle misure analoghe e altre alla regola che condizionerebbe l’operatività della garanzia all’assolvimento degli obblighi formativi e di aggiornamento professionale previsti dalla normativa vigente.

La discussione è stata dunque aggiornata anche se sembra che il MISE, chiamato a fornire i propri chiarimenti, abbia motivatamente, e in larga parte, confermato l’impianto originario. Di qui la recente sollecitazione con cui la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento per gli Affari Regionali) ha invitato a nuovamente iscrivere il DM all’ordine del giorno della prima seduta utile della Conferenza Stato Regioni. Nelle more dell’avanzamento dei lavori, il mercato assicurativo della Rc sanitaria ha dovuto fare i conti con il sensibile aggravio dei rischi correlati al Covid; e lo ha fatto, in buona parte dei casi, mantenendo un atteggiamento prudente o forse meglio rassicurante, a tutela dei propri assicurati.

Si pensi, ad esempio, ai casi in cui gli operatori sanitari, in tempo di emergenza, siano stati adibiti a mansioni diverse dall’area di specializzazione dichiarata in polizza; qui, una parte del mercato ha espressamente dichiarato ai propri clienti di voler mantenere ferma la copertura rinunciando ad avvalersi delle clausole che escludono l’operatività della garanzia per fatti commessi nell’esercizio di attività professionali diverse da quelle dichiarate in contratto.

Analoga questione si è posta per quel che attiene al tema, già trattato sopra, delle eventuali (per quanto remote) responsabilità degli operatori che somministrano vaccini. Anche in questo caso i players più attenti si sono premurati di tranquillizzare i loro clienti, dichiarando che il rischio vaccinale è da ritenersi incluso nel perimetro normale di copertura della loro polizza di rc. Per tutti coloro i quali non siano assicurati, il mercato ha fornito una risposta offrendo soluzioni assicurative a basso costo esclusivamente dedicate al rischio derivante dalla somministrazione dei vaccini. L’iniziativa è commendevole, anche se si tratta – è bene stare attenti sul punto – di una copertura limitata alla responsabilità vaccinale, che non copre alcun altro rischio di responsabilità medica. E i medici che siano già assicurati per la loro rc professionale con altra polizza dovranno verificare, prima di aderire, se la loro copertura di base escluda o meno il rischio vaccinale. 

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