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Massimiliano Atelli, Presidente Commissione VIA, VAS, PNIEC-PNRR: “Ecco di cosa abbiamo bisogno in Italia per realizzare le grandi infrastrutture” | Stati Generali della Ripartenza

Credo che in qualche modo fosse inevitabile che il tema della realizzazione delle infrastrutture componesse l’affresco che il presidente Balestra ha inteso disegnare attraverso i diversi panel“. Parte da questa consapevolezza l’intervento di Massimiliano Atelli, Presidente Commissione VIA, VAS, PNIEC-PNRR, durante il panel “La realizzazione delle grandi infrastrutture” che si è tenuto agli Stati Generali della Ripartenza organizzati a Bologna dall’Osservatorio economico e sociale Riparte l’Italia.

Le infrastrutture e la loro manutenzione

“Io credo che oggi si è molto parlato di PNRR, ma a proposito delle infrastrutture oggi questo significa sostanzialmente due cose: dare una giusta aggettivazione alle parole, le infrastrutture sono anche quelle energetiche e non soltanto quelle fatte di ponti, strade e gallerie, e capire che infrastrutture significa non soltanto realizzazione ex novo, ma anche manutenzione di quello che già esiste”.

Da questo secondo punto di vista in particolare il nostro PNRR contiene la sfida maggiore. Abbiamo bisogno di ferrovie più potenti, più capaci, in grado di arrivare più lontano con la tecnologia dell’Alta Velocità. Abbiamo bisogno di porti che riescano a concretizzare la vocazione naturale che offre il loro posizionamento all’interno del bacino del Mediterraneo.

Ciò che è già stato fatto

E da questo punto di vista è importante ricordare non solo la riforma del sistema portuale che è appena partita ma anche che alcune cose sono già accadute. L’opera più importante dal punto di vista dei volumi finanziari in gioco da parte del PNRR era la Diga di Genova, 2 miliardi da sola di valore, e un iter decisionale che si è realizzato in tempi estremamente rapidi, in particolare in alcuni passaggi.

In questo posso portare la testimonianza diretta della valutazione dell’impatto ambientale, avevamo a disposizione solo 130 giorni per fare tutto il percorso, lo abbiamo concluso in 113. Questo a dimostrazione del fatto che questo è un Paese che ha la capacità di rendere possibili anche le cose difficili, nel presupposto che di cose impossibili per davvero ne esistono davvero molto pochi.

Inoltre, visto che il nostro è un territorio fragile, servono infrastrutture anche nel segmento idrico. È stata conclusa anche qui nei tempi la valutazione sull’impatto ambientale che consente l’avvio dei lavori sulla Diga di Campo Lattaro, che è la diga più grande di tutto il Mezzogiorno, una diga che attendeva da circa 30 anni la possibilità di trovare nuove capacità e nuove vocazioni. Anche questo è stato fatto, e vi parlo solo degli interventi maggiori.

I porti e l’eolico offshore

Ho toccato la questione dei porti perché oggi i porti hanno tante diverse vocazioni, ci sono porti dove la logistica marittima si combina con quella ferroviaria, penso per esempio a quelli del Nord Est, a Trieste, dove c’è addirittura la capacità di mobilitazione di traffico ferroviario in proprio da parte dell’autorità portuale.

Ma penso anche ai porti del Basso Adriatico e della Sicilia che conosceranno nuove vocazioni perché per la realizzazione degli ambiziosi programmi italiani possibili qui, perché abbiamo vento e spazio a sufficienza per l’eolico offshore, in grado di dare un contributo molto forte al processo di progressiva autosufficienza maggiore dal punto di vista energetico. L’eolico offshore non si può fare senza avere a disposizione aree portuali adeguate per il montaggio e l’assemblaggio delle torri. È una cosa che nei nostri porti non è mai stata fatta perché l’eolico offshore è un’esperienza agli inizi, ma avremo bisogno di spazi all’interno dei porti che abbiano permanentemente questa vocazione. E anche in questo caso ciò che viene realizzato andrà poi manutenuto.

La necessità di realizzare le opere, il permitting e la paura della firma

All’interno della discussione sulle infrastrutture ritroviamo un po’ tutti i temi di cui abbiamo parlato in questi due giorni. Ritroviamo il tema della necessità di scelte chiare, univoche, ispirate a un forte senso di pragmatismo affinché il cantiere che si apra abbia la possibilità di chiudersi con qualcosa di realizzato, nel rispetto delle regole e all’insegna di un principio fondante di sostenibilità. Abbiamo bisogno di sistemi di permitting che siano capaci di superare la difficoltà di interazione tra i diversi livelli amministrativi di decisione. Abbiamo bisogno ancora di superare e trovare soluzioni per la paura della firma, che esiste.

C’è da ultimo un tema di rispetto verso i territori, c’è un tema di accettabilità territoriale degli interventi su cui credo che il Paese debba e possa fare ancora molto, non per comprare il consenso ma per trovare le condizioni di un autentico convincimento sulla possibilità di un punto di equilibrio più avanzato che in tante situazioni esiste. Si tratta di sviluppare e ideare non soltanto una cultura nuova, ma anche un modello differente di relazioni sul territorio.

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