Il rapporto “Le Equilibriste” fotografa la maternità in Italia
In Italia la maternità continua a rappresentare un equilibrio fragile tra lavoro, cura familiare e prospettive professionali. È quanto emerge dall’XI edizione del rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia 2026”, elaborato dal Polo Ricerche di Save the Children e diffuso a pochi giorni dalla Festa della Mamma.
Il rapporto descrive un Paese in cui il calo delle nascite si accompagna a difficoltà occupazionali persistenti per le donne, soprattutto per le madri. Nel 2025 le nascite si fermano a circa 355mila, con una flessione del 3,9% rispetto all’anno precedente. Parallelamente, il tasso di fecondità scende a 1,14 figli per donna, ben sotto la soglia di sostituzione generazionale e inferiore anche alla media europea, pari a 1,34 nel 2024.
L’età media al parto raggiunge i 32,7 anni, mentre le madri under 30 rappresentano ormai una minoranza. Inoltre, quasi una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio.
La maternità continua a penalizzare il lavoro femminile
Il rapporto evidenzia come la penalizzazione associata alla maternità resti molto elevata. In Italia raggiunge il 33%, con effetti che persistono nel tempo.
Nel settore privato le madri registrano una penalizzazione salariale che può arrivare fino al 30% dopo la nascita di un figlio. Nel settore pubblico l’impatto risulta più contenuto, pari al 5%, ma viene comunque definito significativo.
Dai dati emerge inoltre una differenza marcata tra uomini e donne nella partecipazione al mercato del lavoro. Tra gli uomini di età compresa tra 25 e 54 anni senza figli, il tasso di occupazione è del 78,1%. La quota sale al 92,8% tra i padri con almeno un figlio minore.
Per le donne accade invece il contrario. Lavora il 68,7% delle donne senza figli nella stessa fascia d’età, ma il dato scende al 63,2% tra le madri con almeno un figlio minorenne. La quota cala ulteriormente al 58,8% per chi ha due o più figli e arriva al 58,2% tra le madri con almeno un figlio in età prescolare.
Il lavoro cresce, ma le madri restano indietro
Secondo il rapporto, nonostante l’aumento generale dell’occupazione registrato nel 2025, le madri risultano le meno favorite dal trend positivo.
Tra le donne tra 25 e 54 anni con almeno un figlio minore, l’occupazione cresce appena dello 0,1% rispetto al 2024. Per gli uomini nelle stesse condizioni, invece, l’incremento raggiunge lo 0,9%.
Le differenze territoriali restano molto marcate. Il tasso di occupazione delle madri con almeno un figlio minore raggiunge il 73,1% al Nord e il 71% al Centro, mentre nel Sud e nelle Isole si ferma al 45,7%.
Un elemento di protezione continua a essere il titolo di studio. Tra le madri con figli minori lavora il 37,7% delle donne con al massimo la licenza media. La quota sale al 62,8% tra le diplomate e raggiunge l’85,4% tra le laureate.
Crescono precarietà e dimissioni delle neomamme
Il rapporto sottolinea anche il peso crescente del part-time e della precarietà.
Il 32,6% delle donne tra 25 e 54 anni con almeno un figlio minore lavora part-time. Tra queste, l’11,7% svolge un part-time involontario. Tra i padri nella stessa condizione la quota si ferma invece al 3,5%.
Aumenta inoltre la percentuale di donne occupate con contratti a termine da almeno cinque anni, passata dal 17,4% al 19,1%.
Secondo Antonella Inverno, Responsabile Ricerca e Analisi Dati di Save the Children Italia, “la lettura dei dati ci restituisce la fotografia di un Paese in cui la maternità resta ancora uno dei principali fattori di disuguaglianza”.
Inverno aggiunge che “viviamo in un sistema che continua a scaricare i costi della genitorialità in modo sproporzionato sulle donne” e sottolinea come nel 2026 la situazione delle madri italiane sia “addirittura peggiorata rispetto agli scorsi anni”.
La responsabile di Save the Children evidenzia inoltre che “aumentano le dimissioni delle neomamme e, tra le madri più giovani, la maggior parte non studia, non lavora e non è inserita in percorsi di formazione”.
Emilia-Romagna prima regione “mother friendly”, Sicilia ultima
Anche quest’anno il rapporto propone il Mothers’ Index regionale, realizzato in collaborazione con ISTAT, che misura la condizione delle madri attraverso sette ambiti: demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva e violenza.
Nel 2026 la regione più “mother friendly” risulta l’Emilia-Romagna, con un punteggio di 110,115, davanti alla Provincia Autonoma di Bolzano e alla Valle d’Aosta.
Segnali di miglioramento arrivano dal Piemonte, che sale dall’undicesimo all’ottavo posto, e dalla Calabria, che guadagna due posizioni.
Al contrario arretrano Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Molise e Lazio.
Nel Mezzogiorno il quadro resta stabile ma inferiore alla media nazionale. L’Abruzzo si conferma la regione meridionale meglio posizionata, mentre nelle ultime posizioni si collocano Basilicata, Puglia e Sicilia, che chiude la classifica nazionale.
Nel complesso, l’indice nazionale peggiora rispetto agli ultimi due anni, passando da 102,635 nel 2024 a 101,460 nel 2025.
Peggiora la dimensione lavoro in tutte le regioni
La parte più critica del rapporto riguarda la dimensione Lavoro del Mothers’ Index, che registra un peggioramento in tutte le regioni italiane.
Nel 2025 l’Italia scende a 88,3 punti, con un calo di oltre undici punti rispetto al 2022 e di quasi dieci punti rispetto all’ultimo anno.
Pesano soprattutto l’aumento della precarietà e la crescita delle dimissioni delle madri con figli piccoli, passate da 4,8 a 6,8 ogni 1.000 donne occupate.
Le Marche guidano la classifica della dimensione lavoro, seguite da Toscana e Molise. In fondo si trovano invece Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia e Provincia Autonoma di Bolzano.
Secondo Save the Children, il peggioramento diffuso conferma che, da Nord a Sud, per le madri italiane diventa sempre più difficile restare nel mercato del lavoro.








