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[Lo studio] Bye bye globalizzazione. Il 60% delle imprese USA e UE rientrano dall’estero

La globalizzazione è in ritirata. Dalla crisi del 2008 il globo intero si è reso conto di quanto il gestire il commercio globale sia difficile e dei problemi che vi sono dietro la globalizzazione stessa. Più recentemente abbiamo visto come una semplice sindrome respiratoria localizzata nel centro della Cina, come il Covid-19, si sia trasformata in una pandemia capace di bloccare la supply-chain globale. In aggiunta, la guerra in Ucraina ci sta dimostrando quanto un conflitto locale possa avere ripercussioni devastanti sia sull’approvvigionamento di combustibili fossili ma anche sui beni alimentari in tutto il mondo. La globalizzazione ha portato enormi vantaggi ma ora comincia a mostrarci i suoi aspetti negativi. Le imprese americane ed europee cominciano un lento ma inesorabile processo di ritiro nei confini regionali.

La “ritirata” delle imprese occidentali nel mondo

Oltre il 60% delle aziende manifatturiere europee e statunitensi prevede nei prossimi tre anni di far rientrare parte della propria produzione asiatica in Europa e negli Stati Uniti. Questo processo è a causa della fragilità evidenziate da molte supply chain globali. La globalizzazione è in ritirata, si tratta di quel processo di regionalizzazione della globalizzazione che sta riportando il Mediterraneo al centro dei commerci marittimi. Il controllo di terminal portuali, insediamenti produttivi e zone franche diventa quindi la chiave logistica per controllare meglio gli approvvigionamenti, evitando colli di bottiglia, intoppi e lungaggini di catene di fornitura troppo lunghe. É quanto emerge da una ricerca di SRM, centro studi collegato a Intesa Sanpaolo, presentata all’evento “Progetto Mare” organizzato da Confindustria in collaborazione con Confitarma e Fincantieri e con il sostegno di Intesa Sanpaolo.

Sembra la fine della globalizzazione, ma sarà solo una trasformazione di essa, in una forma più regionale

L’accorciamento delle supply chain spinge il reshoring, cioè l’avvicinamento degli impianti produttivi ai mercati nei quali i prodotti sono destinati. Nel 2021 si sono registrati 171 casi di reshoring che hanno interessato aziende italiane, appena meno della Francia, che ha avuto 174 casi, e ben più dei 122 casi di aziende inglese e dei 98 di aziende tedesche. Per quanto riguarda l’Italia, Il 44% del reshoring proviene da imprese localizzate nel Far East, di cui il 33% dalla Cina, un altro 22% proviene dall’Europa orientale e dalla Russia.

L’Italia avrà un ruolo fondamentale in questa “ritirata”

La globalizzazione è in ritirata, ma questo ha anche aspetti positivi. L’accorciamento delle catene di fornitura globali aumenta anche lo short sea shipping, cioè i trasporti marittimi a breve raggio, di cui l’Italia è il leader nel Mediterraneo, con 286,7 milioni di tonnellate trasportate nel 2021. I traffici commerciali marittimi di breve raggio consentano vantaggi di mercato, con un trasporto più adeguato alle esigenze del commercio regionale, ma anche vantaggi strategici, perché aiuta le esigenze di
internazionalizzazione delle imprese, anche quelle medio-piccole, senza considerare la riduzione di emissioni inquinanti.

Per sfruttare la leadership italiana nello short sea shipping mediterraneo, secondo SRM, il nostro Paese dovrebbe puntare a sviluppare e a valorizzare le otto zone economiche speciali (ZES), tutte nel Mezzogiorno, che mirano ad attrarre investimenti, allocare meglio le risorse pubbliche, rafforzare la strategia tra industria e logistica, favorire il reshoring e lo sviluppo dell’ultimo miglio delle attività industriali. L’obiettivo di lungo periodo è quello di creare un sistema portuale più competitivo, in linea con gli altri Paesi mediterranei, grazie anche alla realizzazione di una rete di collegamenti fra i porti, i retroporti e l’industria manifatturiera. L’Italia deve ripartire con la consapevolezza del mondo che le aspetta.

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