Affidarsi a un esperto negli investimenti, questo è ciò che ha fatto la differenza, soprattutto in tempo di incertezze – pandemia, guerra e inflazione. La vera sfida è stata non uscire dal mercato. Chi ha ascoltato il consiglio, questa estate ha portato a casa un bel risultato. A parlarne con Class Cnbc è Paolo Martini, amministratore delegato di Azimut.
Chi non è uscito dai mercati ora sta beneficiando del rimbalzo. In che modo avete indirizzato le scelte dei vostri clienti?
«Rispetto alle crisi passate, quando l’emotività portava gli investitori a disinvestire con perdite importanti, adesso, come nel 2020 durante la crisi Covid, non è avvenuto. L’industria del risparmio gestito sta mostrando un livello di maturità superiore e i consulenti finanziari hanno mantenuto nervi saldi evitando i disinvestimenti dei clienti. Il che, a conti fatti, sta facendo la differenza. Negli ultimi 20 anni, se un investitore avesse perso i dieci giorni migliori sul mercato, avrebbe visto la performance annua del portafoglio ridursi da +9,5% a +5,3%. Se si fosse perso i 30 migliori giorni, il risultato sarebbe azzerato».
Come saranno i prossimi mesi per i risparmiatori?
«La maggioranza degli operatori si attende un autunno delicato per i mercati, con l’inflazione che continuerà a essere centrale anche nei prossimi mesi: l’86% dei Paesi mondiali ha un tasso d’inflazione superiore al 5%, per trovare un dato simile dobbiamo tornare indietro di 40 anni, al 1982. Rispetto agli anni passati non ci sarà più il costante supporto delle banche centrali che nell’ultimo decennio hanno iniettato liquidità nel sistema: il nuovo equilibrio mondiale dovrà tenere conto soprattutto di questo cambio d’atteggiamento. A oggi oltre 60 banche centrali nel mondo hanno alzato i tassi almeno una volta, siamo di fronte quindi a un nuovo ordine globale, non a mosse isolate. In questo scenario è nevralgico il tema dell’educazione finanziaria: investire con un orizzonte di medio lungo periodo evitando d’agire in maniera tattica sui mercati riduce i rischi».
Il decennale tedesco si è quasi dimezzato: in poco più di un mese è tornato sotto l’1%. Il rendimento può essere la cartina tornasole dell’efficacia dello scudo anti-spread?
«La Bce farà il possibile per tenere sotto controllo i livelli di spread dei Paesi periferici e lo scudo anti-spread potrà tornare utile in determinate circostanze, per alcuni Paesi. Sarà cruciale osservare le prossime mosse della Bce in termini di tassi ufficiali, mentre in Ue il dilemma inflazione-crescita è ancora più pressante che in Usa. In Italia ci sono poi le elezioni politiche di fine settembre. Per questo suggeriamo prudenza, sia sulla parte azionaria sia sul reddito fisso, poiché non sono escluse possibili fiammate dello spread».
La Cina potrà essere ancora un’opportunità o alla luce del rallentamento evidente dell’economia è un rischio?
«In autunno ci sarà il congresso del Partito Democratico e cruciale – anche per l’economia cinese – sarà il ruolo che il congresso affiderà a Xi Jinping: un terzo mandato o il riconoscimento a “Leader del Popolo” potrebbe significare in sostanza una carica a vita. Il focus attuale resta sulle politiche monetarie e fiscali, con la Banca centrale cinese che si trova in una situazione diametralmente opposta rispetto a Usa ed Europa: non drena liquidità, non alza i tassi, tiene sotto controllo l’inflazione. Questo significa ampi margini per contrastare eventuali numeri macro non brillanti nelle prossime settimane».
«Da monitorare rimangono le tensioni su Taiwan e gli effetti della politica di Zero-Covid che dovrebbe essere progressivamente allentata, rappresentando un boost importante per l’equity cinese da qui ai prossimi mesi. In una asset allocation ben costruita, con un orizzonte di medio-lungo periodo, a nostro parere deve esserci un’esposizione alla Cina. Si può investire anche tramite Pac per avvicinarsi in maniera prudente, passo dopo passo, specie in un momento contraddistinto da valutazioni attraenti in molti settori dell’economia cinese. In quest’ottica l’equity cinese può essere un’asset class interessante nel medio-lungo periodo».
La ricerca del porto sicuro resta una sfida persa in partenza?
«Il porto sicuro, a mio avviso, oggi è un bravo consulente che aiuta a pianificare secondo gli obiettivi. Nei primi sei mesi la componente obbligazionaria, nella parte investment grade, ha avuto performance molto negative impattando i portafogli. L’indice globale aggregate (governativi più corporate) ha registrato un -11%. A mio avviso è cambiato il concetto di rischio».
Sta aumentando la percezione del costo della liquidità?
«A livello di sistema paese Italia c’è ancora poco equity nei portafogli, ulteriore conseguenza della scarsa cultura finanziaria degli italiani. A ciò si aggiunge il tema della liquidità e del suo alto costo di cui ancora molti risparmiatori non hanno percezione. L’8,9% di inflazione, ultimo dato europeo, significa che ogni anno si perde l’8,9% sui soldi parcheggiati sui conti correnti. Sommando i tassi negativi sulla liquidità, il costo si aggira tra 15% e 20%. Un numero davvero impressionante».








