Marco Fortis sul Messaggero commenta i recenti dati positivi sulla produzione industriale: “È un segnale, sia pur timido, che può far sperare che l’industria italiana possa finalmente andare incontro a un barlume di ripresa, dopo le perdite registrate dalla metà del 2022 fino alla metà di quest’anno.
Nelle scorse settimane” – ricorda l’editorialista – “gli stessi dati trimestrali del valore aggiunto dell’industria avevano già confermato l’inversione di tendenza della produzione, che speriamo possa consolidarsi nell’avvio del 2026. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, le condizioni macroeconomiche dell’Italia, pur non sfolgoranti per il difficile contesto internazionale, sono in questo momento decisamente migliori che in Germania e in Francia.
In particolare, nei primi nove mesi del 2025, secondo i dati grezzi di contabilità nazionale, i consumi privati e gli investimenti fissi lordi sono aumentati complessivamente in Italia dell’1,4% rispetto ai primi nove mesi del 2024, mentre in Francia si è registrata una dinamica praticamente piatta della somma di queste due componenti della domanda interna e in Germania un calo dell’1%. Né gli ultimi dati relativi alle economie di Germania e Francia appaiono incoraggianti.
Continuano a rimanere sotto i riflettori, intanto, i conti pubblici disastrati della Francia. In un’audizione alla Commissione finanze del Senato, il 14 gennaio, il Governatore della Banca di Francia, François Villeroy de Galhau, ha espresso pubblicamente tutta la sua preoccupazione, invitando la classe politica transalpina a prendere rapidamente decisioni responsabili.
Secondo il Governatore, la Francia deve assolutamente ridurre il proprio deficit pubblico sotto il 3% entro il 2029, per stabilizzare il debito conseguendo l’equilibrio del bilancio primario al netto degli interessi. Lungo questo cammino è indispensabile che Parigi contenga il suo deficit pubblico totale al massimo al 5% nel 2026, per evitare che la Francia finisca in ‘zona di pericolo’, col rischio di ulteriori riduzioni dei rating, di una fuga degli investitori più volatili e di una impennata dello spread”.








