“L’Italia”, sottolinea Gian Maria Fara, presidente dell’Eurispes, “da zona di transito è diventata nel tempo una meta stabile per milioni di persone che fuggono da guerre, povertà e crisi climatiche.
I dati ci dicono che le potenzialità dei cittadini stranieri sono largamente sottoutilizzate: nel lavoro, nella scuola, nella formazione professionale.
Continuare a sprecare questo capitale umano è un danno per loro e, al tempo stesso, lo è per il Paese.
I migranti regolari residenti in Italia sono quasi cinque milioni.
Contribuiscono a costruire ricchezza per il 9% del Pil.
Pagano contributi previdenziali che sostengono oltre seicentomila pensioni.
Fondano imprese che danno lavoro a centinaia di migliaia di italiani.
Si affronta invece l’immigrazione quasi esclusivamente come un fatto di ordine pubblico, anziché come una componente essenziale del modello sociale e produttivo del Paese.
Questa miopia ha un costo altissimo che verrà pagato dai giovani italiani, che si troveranno, domani, a reggere sulle spalle un sistema previdenziale sempre più insostenibile e un mercato del lavoro afflitto da un profondo disallineamento tra domanda e offerta.
La sfida più complessa e importante, anche tenendo conto delle esperienze di altri Paesi europei, è creare un circolo virtuoso che consenta una reale integrazione sociale, linguistica ed economica, con canali di ingresso legati al mercato del lavoro, sulla base dei fabbisogni dei settori e dei territori, con contratti regolari che prevengano condizioni di sfruttamento e sofferenza, che si tradurrebbero in conflittualità sociale e devianza.
Come sosteniamo fin dagli anni Ottanta con i nostri studi e le nostre indagini”, conclude il presidente dell’Eurispes, “o si governa il fenomeno con una visione di lungo periodo oppure lo si subisce senza comprenderlo nella sua interezza e nelle sue potenzialità.
Continuare a rappresentare il migrante esclusivamente come invasore o come vittima sono due facce della stessa medaglia: entrambe impediscono di vedere la realtà, che è quella di soggetti complessi che stanno già riscrivendo il patto demografico, economico e sociale del Paese.
Dare voce direttamente a chi vive la condizione di migrante, come l’Eurispes ha voluto fare con questa indagine sulla condizione degli immigrati in Italia, non è un atto di generosità: è il solo modo serio per costruire proposte ancorate alla realtà”.
Il 27,8% degli immigrati interpellati nell’indagine vive in Italia da tre-cinque anni, il 24,2% da sei-dieci anni, il 19,4% da uno-due anni e un altro 19,4% da più di dieci anni, mentre il 9,2% vi risiede da meno di un anno.
La maggioranza degli immigrati racconta, dunque, una permanenza nel nostro Paese di media durata.
Gli stranieri irregolari privi di permesso di soggiorno rappresentano il 15,5% del campione.
La maggior parte degli immigrati, il 52%, è sola e non vive con la propria famiglia in Italia.
L’arrivo nel nostro Paese avviene, in quasi tre casi su dieci, tramite intermediari a pagamento, mentre un terzo degli immigrati si organizza da solo.
Si emigra soprattutto per fuggire dalla povertà, nel 23,3% dei casi, ma anche a causa della mancanza di lavoro, per il 18,5%, per la speranza di trovare condizioni di vita migliori, per il 14,8%, per il ricongiungimento familiare, per il 10,3%, per la mancanza di libertà nel Paese d’origine, per il 9,4%, e per la guerra o gravi disordini, per l’8,9%.
L’Italia è stata scelta dagli immigrati come destinazione perché vi risiede la loro famiglia, nel 20,5% dei casi, oppure perché vi vivono amici o conoscenti, nel 18,4%.
È diffusa l’idea che in Italia vi sia benessere economico, indicata dal 15,5%, e che il nostro sia un Paese accogliente con gli stranieri, secondo il 10,6%.
Oltre un terzo degli immigrati intervistati è arrivato in Italia tramite permesso o carta di soggiorno, nel 36,3% dei casi, un quinto tramite sbarco o ingresso clandestino, nel 20,7%, e un altro quinto tramite richiesta di asilo, nel 19,4%.
L’arrivo clandestino viene citato in percentuale superiore alla media da chi proviene dall’Egitto, con il 52,9%, dal Bangladesh, con il 38,5%, dal Marocco, con il 26,7%, dal Pakistan, con il 26,3%, e dalla Nigeria, con il 25%.
In Italia si arriva per rimanere: la maggioranza degli immigrati, pari al 52%, dichiara infatti di voler restare nel Paese per sempre.
Quasi un terzo, il 30,9%, intende restare almeno per diversi anni.
Uno su dieci pensa di lasciare l’Italia.
A questi si aggiunge un 6,7% che non sa che cosa farà.
Il nostro Paese è dunque visto soprattutto come un luogo stabile di approdo, molto più che di passaggio.
Il 78,1% degli immigrati raggiunti dall’indagine ha un lavoro, il 13,2% non lo ha ma lo sta cercando, mentre l’8,6% non lo cerca.
Tra questi ultimi rientrano pensionati, anziani, casalinghe e studenti.
Gli uomini che lavorano sono più numerosi rispetto alle donne: 83,1% contro 69,3%.
Prevedibilmente, tra chi ha un permesso di soggiorno la percentuale di chi lavora è più elevata rispetto a chi ne è privo: 80,7% contro 64,2%.
Il 22,2% di chi non ha il permesso di soggiorno sta cercando un’occupazione, mentre il 13,6% non la cerca.
La condizione lavorativa dei residenti stranieri in Italia mostra una quota prevalente di rapporti di lavoro stabili, pari al 62,4%, mentre il 32,4% dichiara un impiego periodico o stagionale e il 5,2% un’occupazione saltuaria o occasionale.
Questa evidenza suggerisce come, per la maggioranza degli stranieri occupati, l’inserimento nel mercato del lavoro italiano abbia assunto una configurazione tendenzialmente continuativa, sebbene una quota non trascurabile, pari a oltre un terzo del campione, il 37,6%, si trovi in una condizione di precarietà temporale legata alla natura stagionale o periodica dell’attività svolta.
La distribuzione delle professioni svolte prevalentemente in Italia dai residenti stranieri evidenzia una concentrazione significativa in alcune categorie occupazionali: operai, nel 20,4% dei casi, e lavoratori agricoli, nel 12,8%.
Il 24,3% degli immigrati ha ricevuto almeno una proposta di lavoro illegale, escluso il lavoro nero, nel corso della propria esperienza in Italia.
Le modalità attraverso cui i residenti stranieri hanno trovato il proprio lavoro attuale evidenziano un ruolo nettamente prevalente delle reti relazionali informali.
Il lavoro, infatti, si trova soprattutto grazie a parenti o amici, nel 47,7% dei casi, oppure tramite un proprio connazionale, nel 29%.
Sommando le due tipologie di contratto stabile e a termine, il 68,3% degli immigrati dispone di una forma contrattuale riconosciuta, mentre forme più precarie come l’apprendistato e il contratto atipico raccolgono incidenze marginali, rispettivamente dell’1,5% e del 3,7%.
Un dato di particolare rilievo riguarda, invece, la quota di chi dichiara di non avere alcun contratto, pari al 23,8%, a cui si aggiunge lo 0,7% in attesa di regolarizzazione.
Quasi un quarto dei lavoratori stranieri si trova, dunque, in una condizione priva di tutela contrattuale formale.
Il giudizio sul comportamento del datore di lavoro nei confronti dei lavoratori stranieri risulta prevalentemente positivo, con la maggioranza degli immigrati, pari al 54,1%, che lo definisce corretto.
Una quota più contenuta, pari all’8,8%, attribuisce al proprio datore di lavoro un atteggiamento di sostegno, descrivendolo come una figura che cerca di aiutare.
Sul fronte delle valutazioni negative, il 19,7% giudica il comportamento del proprio datore di lavoro non corretto, mentre il 6,4% dichiara di subire maltrattamenti, un dato che, pur restando contenuto in termini percentuali, segnala la presenza di forme di abuso che coinvolgono una quota non trascurabile di lavoratori stranieri.
La quota di chi definisce corretto il comportamento del proprio datore di lavoro raggiunge il 67,9% tra le donne, contro il 47,5% tra gli uomini.
L’80,8% degli immigrati non si è mai rivolto ai sindacati italiani, ai patronati o ad altre agenzie di tutela dei lavoratori, ritenendo che tali istituzioni non possano essere d’aiuto, nel 24% dei casi, oppure di non averne avuto bisogno, nel 39,2%.
Il 21,3% segnala di non sapere a chi rivolgersi e il 12,2% esprime fiducia in queste istituzioni.
Quattro stranieri su dieci hanno difficoltà con la lingua italiana, pari al 42,2%.
Il 59,5% degli stranieri invia meno di un quarto del proprio guadagno alla famiglia nel Paese d’origine.
Il 30,7% non invia alcuna somma o afferma di non avere parenti nel Paese di origine, mentre il 9,6% destina alle rimesse una quota compresa tra un quarto e la metà del proprio reddito.
Le fasce più elevate di invio risultano pressoché assenti, con lo 0,2% che destina più di tre quarti del proprio guadagno e nessuna risposta nella fascia compresa tra la metà e i tre quarti.
Il denaro viene inviato soprattutto attraverso i Money Transfer Operator, nel 66,7% dei casi.
I bonifici bancari raccolgono il 22,7%, il trasporto diretto di contanti durante i viaggi nel Paese di origine il 4,6%, l’affidamento di contanti a parenti o persone di fiducia il 4,3% e il ricorso alle poste appena l’1,8%.
La quota prevalente degli stranieri che vivono in un’abitazione è in affitto, pari al 55,3%, mentre il 16,3% risiede presso parenti o amici e il 15,9% vive in un centro di accoglienza o in un’organizzazione assistenziale.
Soltanto l’8,8% vive in un’abitazione di proprietà, propria o del partner, mentre le restanti modalità abitative raccolgono quote marginali: il 2,1% risiede presso il datore di lavoro, l’1% non dispone di una residenza fissa e lo 0,4% si trova in condizione di senza dimora.
Considerando congiuntamente le condizioni abitative più precarie, oltre il 17,3% degli stranieri si trova in una situazione abitativa priva di stabilità autonoma.
Un dato che, insieme alla quota di chi vive presso parenti o amici, ma anche presso il proprio datore di lavoro, segnala come per una parte rilevante della popolazione straniera, quasi il 36%, l’accesso a un’abitazione indipendente e stabile resti un obiettivo non pienamente raggiunto.
È rilevante la quota di quanti trovano la propria abitazione troppo piccola, pari al 45,8%, e sovraffollata, nel 29,3% dei casi.
Il 20,2% riscontra problemi con la temperatura in estate o in inverno, giudicando la casa troppo calda o troppo fredda, mentre meno di uno su dieci ritiene di vivere in un’abitazione fatiscente o che avrebbe bisogno di una ristrutturazione, pari al 9,3%.
Riguardo al giudizio sull’atteggiamento degli italiani nei confronti degli stranieri, prevale la percezione di indifferenza, indicata dal 22,3%, insieme alla sensazione di un atteggiamento amichevole, avvertita da uno straniero su cinque, pari al 20,3%.
Seguono comportamenti di comprensione o solidarietà, nel 14,6% dei casi, ostilità, nel 14,2%, e diffidenza, nel 13,1%.
Un immigrato su dieci percepisce atteggiamenti razzisti, pari al 10%, mentre l’egoismo si ferma al 2,9% e l’atteggiamento compassionevole o pietoso al 2,1%.
Guardando all’insieme delle valutazioni positive e di quelle negative, e considerando tra queste anche l’indifferenza, queste ultime superano le prime: 62,5% contro 37%.
Il 57,8% degli immigrati ha assistito almeno una volta a episodi di razzismo.
Le esperienze personali rappresentano un’ulteriore conferma del fenomeno: la maggioranza degli immigrati è stata vittima in prima persona di episodi di razzismo almeno una volta, pari al 53,2%.
La possibilità di esercitare il diritto di voto interessa sei immigrati su dieci, pari al 59,9%, mentre il 40,1% dichiara di non essere interessato.
Riguardo all’ottenimento della cittadinanza, l’interesse è altrettanto marcato: il 57% la desidera e il 32,8% no, mentre circa uno straniero su dieci non ha ancora un’opinione chiara al riguardo.








