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L’Istat rivaluta il Pil e certifica la vivacità delle imprese | L’analisi di Sergio De Nardis

Il rialzo il Pil del 2021 (del 2,1% in termini nominali, dell’1,3% in volume) è stato sensibilmente rivisto dall’Istat. Questa revisione (ordinaria) è essenzialmente determinata dall’acquisizione delle informazioni complete fornite dalle statistiche strutturali sull’universo delle imprese italiane. È uno scalino in su che fa salire, rispetto alla situazione dei conti precedenti, il livello del Pil (non il tasso di crescita) del 2023 e degli anni seguenti.

Le implicazioni di questi nuovi dati sono diverse, ma qui ci si sofferma sulla principale motivazione interpretativa offerta dall’Istat. Nel turbolento biennio 2020-21 – tonfo recessivo nella pandemia e successivo rimbalzo – si è avuto un intenso rimescolamento nella composizione delle imprese, con l’aumento del peso di quelle più efficienti, a maggior valore aggiunto e minori costi intermedi. Ciò è avvento nella manifattura (il che non sorprende), ma soprattutto nei servizi, a cui si deve il più forte contributo all’aumento del valore aggiunto.

Vi è stata dunque una rilevante ristrutturazione tra le imprese, indotta dalla fortissima fluttuazione del ciclo economico. È qualcosa dunque legato al breve periodo (ciclo), ma che tende a rimanere nella struttura (si chiama tecnicamente “isteresi”). Sarebbe interessante sapere se questo processo si è esaurito o se è proseguitò anche nel 2022. Ma per questo dobbiamo attendere l’acquisizione dei dati completi sulle imprese relative a quell’anno. Per il momento incorporiamo, anche nelle nostre valutazioni di lungo periodo, questo dato di tipo strutturale: le imprese sono un corpo vivo che reagisce anche passivamente (tramite riallocazioni di risorse e demografia) alle sollecitazioni di breve periodo, purché vi sia un’adeguata domanda ovvero un mercato sufficientemente ampio in cui potersi espandere. Una condizione che certamente non è mancata all’uscita dalla pandemia.

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