[L’intervento] Flavia Petrini (presidente della Società italiana di anestesia, rianimazione e terapia intensiva Siaarti e componente del Comitato tecnico scientifico per l’emergenza Covid19): «Le Terapie Intensive sono in affanno, mancano medici specialisti. Ma 10 anni di errori non si recuperano in un mese»

Al momento, in Italia, la trasmissione del virus è ritornata ad alzarsi e anche se la situazione non è ancora grave come in Fase 1, la prospettiva percepita da chi lavora in Ospedale e dalla componente specialistica non è affatto rosea.

Purtroppo ci siamo illusi senza rispettare le misure di buonsenso raccomandate per arginare il contagio da SARS-CoV-2.

Ora anche le Terapie Intensive iniziano ad essere in affanno invece di operare in sicurezza sui diversi fronti che il SSN ha necessariamente tralasciato in questi mesi.

Gli specialisti in Anestesia, Rianimazione-Terapia Intensiva e del Dolore dovranno ricominciare a stringere i denti.

I numeri dei pazienti in Terapia Intensiva sono in continua crescita e l’evoluzione pare inarrestabile: se oggi i dati monitorati da SIAARTI possono non spaventare come allora, dobbiamo tenere in considerazione che il margine di lavoro non è miracolosamente infinito.

Se gli Ospedali “da campo” rappresentano una valida misura in emergenza, nelle realtà più colpite che purtroppo oggi non sono così circoscritte, ci si affanna a creare ambienti e percorsi adeguati ad accogliere e curare i tanti casi positivi e gravemente sintomatici che necessitano ricovero in Terapia Intensiva o cure semi-intensive.

I posti letto di TI nei Covid-Hospital crescono in tutte le regioni italiane, ma il personale medico-infermieristico che li cura non è infinito e durante gli ultimi mesi era stato ridestinato alle mansioni di elezione (in medicina e chirurgia): sarebbe interesse di tutta la collettività salvaguardare i percorsi non Covid, per far fronte all’aumento di morbilità e mortalità che si sta registrando e possiamo considerare indirettamente legate al SARS-CoV-2, vale a dire per tutte quelle persone con patologie acute o croniche che necessitano di cure e che, a causa della pandemia, rimangono prive dell’assistenza dovuta.

Pur se Presidente SIAARTI, una società scientifica che vanta esperti di calibro internazionale che si sono fin da subito resi indispensabili consulenti delle istituzioni, ho sempre scelto un low-profile, preferendo guidare azioni di ricerca clinica e produzione di documenti utili alla intera comunità.

Ma non mi sono sottratta ai media quando si è trattato di rivolgere un appello ai cittadini, come ora, anche e soprattutto sentendo la responsabilità di essere un componente del Comitato Tecnico-Scientifico nazionale.

Non posso dimenticare e non voglio rivivere il momento in cui l’offerta di cure intensive era così limitata da obbligare la nostra componente bioetica a definire i limiti di appropriatezza sotto i quali non potevamo permetterci di scendere.

Quel documento è stato una guida per tanti, non solo in Italia e, pur se non compreso nella sua essenzialità, ora è oggetto di grande considerazione e rispetto. Non vogliamo tornare ai tempi di guerra e sperperare il piccolo vantaggio guadagnato contro il virus che ci rincorreva.

Ma purtroppo mi sono spesso sentita una Cassandra quando la trasmissione del virus si è sopita, al punto che troppi hanno dimenticato le immagini della nostra fatica, godendosi ferie spensierate.

Ora dobbiamo chiedere ancora sacrifici agli operatori, e loro non hanno certo dimenticato.

Nessuno dovrebbe dimenticare le immagini tragiche dello scorso inverno: una tale noncuranza è drammatica dal punto di vista sociale, esattamente come la scarsa diffusione della App Immuni.

Ma la sfida è anche maggiore: non sarà breve, sappiamo che la diagnosi e l’identificazione precoce saranno complicate a causa dell’influenza stagionale … ed ancora non abbiamo un vaccino.

Come arginare l’epidemia mantenendo ancora un livello di attività sanitaria sostenibile nel nostro Paese? Ognuno ha una goccia di responsabilità per quello che è successo e ancor di più per quello che sta accadendo: ai cittadini spetta assolutamente il compito di rispettare le misure ed evitiamo che il virus si moltiplichi e che si propaghi ulteriormente.

Non farlo significa contribuire a uccidere il Paese.

Dobbiamo quindi restare lucidi, trovare ogni modo per ridurre il carico sul Servizio Sanitario per consentire agli Ospedali di organizzarsi.

Ci si sta provando, con l’acquisto, di attrezzature e materiali, a partire dai famosi ventilatori ma non certo solo di quelli (non è assurdo che ci si sia accorti così tardi della penuria in cui versavano i nostri Centri, nell’anno che doveva celebrare l’HTA?), aumentando la dotazione degli ospedali, attraverso la richiesta di offerta pubblica lanciata dal Commissario Straordinario per l’emergenza, Domenico Arcuri.

È di dominio pubblico che si sia avviato il bando per realizzare negli ospedali italiani 5500 posti in più per i pazienti critici (3443 in Terapia Intensiva e 4123 in Subintensiva, dei quali la metà, all’occorrenza, potrà essere alzata al livello di Terapia Intensiva). Ma coinvolgere 457 ospedali e 176 aziende sanitarie e farle correre alla stessa velocità non è un’impresa semplice, neppure con una operazione da 1,1 miliardi di euro stanziati dal Governo nel Decreto Rilancio, che si deve realizzare attraverso 84 accordi quadro da sottoscrivere con le imprese, declinati a seconda degli interventi da realizzare nelle varie Regioni.

Le offerte dovevano essere presentate entro il 12 ottobre, cui seguono i dieci giorni necessari per le aggiudicazioni.

Vogliamo essere ottimisti: è istinto di sopravvivenza.

Ma oggi l’operazione più complessa non è quella economica, e fa i conti con la necessità di trovare e distribuire il personale, utilizzando al meglio quello già competente ma anche quello in formazione: la gente deve sapere che gli specializzandi dell’ultimo e penultimo anno di corso (per i nostri il 5 e 4 anno) sono stati messi a contratto assistenziale, per rinforzare team che “urlavano” da anni carenza di ricambio per il blocco del turnover.

Occorre essere onesti e riconoscere che i 1.564 specializzandi ammessi al 1 anno di corso non sono ancora entrati, e formarli è altro lavoro sulle spalle di quelli che stanno lavorando.

E ci vorrà tempo, ma ne abbiamo già perso troppo in politiche miopi e poco lungimiranti. Il sindacato di categoria (Aaroi-Emac) ha dichiarato “La curva sale più velocemente di quanto qualcuno sostiene … gli specialisti dedicati saranno insufficienti: lo denunciamo da 10 anni ma non siamo stati ascoltati e ora ci ritroviamo soli in prima linea”.

“Reclutarli dagli altri Paesi? I nostri colleghi europei guadagnano in media il 30% in più. Se un indiano o un russo volessero lavorare all’estero andrebbero in Germania, non certo in Italia”.

Io non ho soluzioni ma chiedo alle istituzioni di ingranare la corsa, che noi già lo stiamo facendo.

Se alcune Regioni si sono meglio organizzate, perché già colpite nella prima fase pandemica, non significa che siano in vantaggio: anche la stanchezza ci gioca contro e la sindrome da stress postraumatica è una bestia che fa capolino dietro molti sguardi, dietro ai racconti dei colleghi.

Ma non è da meno evitare che si vada in affanno nelle altre regioni, penso a quelle del Centro-Sud, che ora stanno già affrontando la seconda ondata ed erano già in una situazione delicata.

Quanto sia disomogenea la capacità di riorganizzare il sistema,  l’ho appena verificato, concludendo un vero e proprio “viaggio” di 1800 km lungo la penisola, dal 21 Settembre al 4 Ottobre, a confronto con gli operatori ed il management sanitario durante le 8 tappe di IN VIAGGIO CON “I CARE”: questo è il motto del nostro Congresso nazionale e noi ci siamo “presi a cuore” i problemi e le soluzioni adottate, a detta degli intervistati, partendo con un “truck” dal Piemonte, passando per Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Campania per arrivare in Puglia (non tutte, ma certamente sette Regioni colpite dalla crisi epidemica e sanitaria. Sulla base di quanto ho potuto raccogliere in quei giorni, è vivo l’orgoglio di aver resistito alle difficoltà, ma anche la criticità organizzativa a realizzare percorsi che i pazienti necessitano, con e senza Covid.

Nel viaggio della SIAARTI abbiamo potuto recepire la disponibilità dei Direttori, Generali e Sanitari intervenuti dalle strutture ospedaliere regionali, ma non si è potuto fare a meno di notare anche diverse criticità nell’integrazione delle forze, che stiamo lavorando perchè possono essere corrette.

L’obiettivo era peraltro proprio quello d’individuare eventuali criticità, rilevare i bisogni e i dubbi, ma anche i valori inespressi, per riportare poi il tutto a chi si occupa della riorganizzazione degli ospedali, alle istituzioni impegnate per il Ministero della Salute, incluso il CTS, informazioni utili a definire meglio le strategie di supporto alle Regioni, a seconda del grado di allerta. Per questo il network dei responsabili delle Terapie Intensive impegnate nel monitoraggio dei dati è cruciale per preparare misure ulteriori, correre davanti al virus e non farsi rincorrere.

Purtroppo, fuori dagli Ospedali si rischia di non riscuotere sufficiente attenzione, di non far arrivare l’essenziale ai cittadini, frastornati da tanti messaggi: nel nostro tour ho visto piazze e città con tantissime, troppe persone senza mascherina e una simile indifferenza, un tale spregio del pericolo per sé e per gli altri mi ha molto amareggiata.

Credo che quanto accaduto in estate avrebbe dovuto insegnare qualcosa e mi sarei aspettata una maggiore presa di coscienza, soprattutto da parte dei giovani. Sono certa che si debba trovare il modo per rompere l’indifferenza e se questo significa coinvolgere gli influencer, e facciamolo! Voglio ricordare che anche SIAARTI, per sensibilizzare alla donazione degli organi e tessuti o alla lotta alla sepsi, ha fatto già ricorso a personaggi “immagine”: funziona? Allora avanti, perchè serve l’aiuto di tutti!

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