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[L’intervento esclusivo] Michele Caianiello (Direttore Dipartimento Scienze Giuridiche Università di Bologna): «”Prossima generazione” UE e condivisione della conoscenza. Il ruolo del diritto nel processo di ripartenza»

1.

In questo periodo storico è frequente, e per certi versi colpisce, il richiamo ai temi etici, ai valori fondanti, e, per usare una espressione kantiana, alla legge morale.

Questo dato, ad esempio, è riscontrabile in alcuni provvedimenti normativi, quali, ad esempio, la riforma dello sport, il cui testo approvato (il d. lgs. 36 del 2021) inizia, all’art. 3, con un chiaro riferimento ai principi e ai valori che il legislatore intende perseguire, attraverso il proprio intervento (tra i quali il miglioramento della qualità della vita, la coesione territoriale, il benessere psico-fisico, a promozione delle pari opportunità, l’acquisizione di stili di vita corretti e funzionali all’inclusione sociale).

Si potrebbe osservare che l’esempio fatto non è sufficientemente rappresentativo. In fondo lo sport richiama in maniera preponderante i valori etici che se ne pongono alla base: è dunque comprensibile che nella legislazione che lo riguarda si dia spazio a questo aspetto.

Tuttavia, i settori nei quali il richiamo ai principi morali gioca un ruolo da protagonista vanno ben oltre il campo sportivo. Ad esempio, esso è sovente invocato nei processi di digitalizzazione dei servizi: in particolare, le forme di gestione di poteri pubblici o privati demandate a sistemi computazionali intelligenti (la c.d. intelligenza artificiale) o auto-apprendenti (self learning machines), devono essere costantemente accompagnate da uno scrutinio rigoroso dei principi etici, che salvaguardino la centralità della persona umana, pur nel quadro di meccanismi che delegano alla macchina porzioni crescenti di poteri decisori in campo giuridico.

Si badi che, facilmente, l’ispirazione etica riverbera i propri effetti sui testi legislativi effettivamente proposti o adottati, trasformando la propria natura da linea guida extragiuridica a elemento normativo del testo: un esempio, in tal senso, sembra dato dalla proposta di regolamento (nota anche come AI Act) presentata dalla Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio lo scorso aprile 2021, nel cui preambolo emerge con tutta la chiarezza necessaria la vocazione etica dell’intervento regolatorio presentato.

Infine, inevitabilmente, la centralità di un approccio eticamente orientato è spesso sottolineata quando si dibatta sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, in merito al quale non di rado si osserva come esso non possa avere chances di successo se non accompagnato da un approccio eticamente orientato verso lo sviluppo del benessere dei cittadini, intesi sia individualmente che nelle formazioni sociali dei quali essi esplicano la propria attività. In tal senso, vale la pena ricordare il Discorso tenuto dal Presidente della Repubblica il 23 novembre scorso in occasione dell’incontro con i magistrati di nuova nomina della Corte dei Conti, nel quale Egli evidenzia la necessità di un uso responsabile dei fondi.

Più in generale, si susseguono dibattiti, conferenze e seminari nei quali i due temi, la ripresa economica del nostro Paese, legata alla attuazione del PNRR, la sua attuazione giuridica, e la “ripresa etica”, devono avanzare di pari passo, pena il rischio di non raggiungere gli obiettivi prefissati, o di non riuscire a consolidarli in maniera duratura nel tempo a venire. Prima fra tutti a intraprendere la strada suddetta è stata l’Unione europea, che ha ricongiunto il piano valoriale a quello del meccanismo di ripresa post pandemia, avendo introdotto un meccanismo di condizionalità per la protezione del bilancio UE e dei suoi interessi finanziari basato sul rispetto dello stato di diritto

2.

La vocazione a riscoprire la centralità etica dell’agire pubblico e privato – e nella gestione della transizione digitale – facilmente richiama una epoca premoderna, nella quale le scienze sociali (in particolare quella giuridica), non erano mai slegate dalla componente morale. Non che nella era moderna – quella post illuministica – sia svanita la tensione a perseguire valori eticamente rilevanti. Essa, tuttavia, è stata espunta, da un punto di vista formale, dalla operazione giuridica, che è stata sempre più strutturata come una attività tecnico-esegetica.

Semmai i valori e la loro realizzazione rilevavano in un momento antecedente, quello della ideazione della proposta legislativa, pur tenuto conto che essi dovevano necessariamente tradursi in discorso tecnico giuridico. Se condotta in maniera proficua, questa sintesi in vitro avrebbe consentito di consegnare agli operatori giuridici un prodotto “finito”, per così dire, soltanto da interpretare e applicare: attuando il quale, senza porsi problemi morali o dilemmi etici, sarebbe stato possibile conseguire quegli ideali metagiuridici che si pongono alla origine di ogni processo legislativo.

Il contesto attuale, la riflessione ripetuta sull’approccio etico, sembra invece un po’ richiamare la lezione dei filosofi greci, in particolare l’Aristotele della Etica nicomachea, per il quale l’azione essenziale per raggiungere la felicità – il benessere, in una accezione moderna più concreta – non può essere che essere quella conforme a virtù, con ciò intendendosi quell’agire che sia capace di contemperare in equilibrio i fini individuali con il bene collettivo, e realizzare la giustizia – la virtù più alta: sia nella sua forma distributiva (dando a ciascuno il suo) sia in quella correttiva (per reagire di fronte a violazioni compiute dall’individuo, per l’appunto correggendo la violazione perpetrata attraverso una azione retributiva).

3.

Se ci poniamo nella ottica attuale, viene da chiedersi come questo tipo di ragionamento sia adattabile al contesto attuale, e in particolare alla realizzazione del PNRR. A ben vedere, le connessioni emergono con una certa facilità. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è composto, in estrema sintesi, da una catena di progetti intellettuali – un insieme di catene, per meglio dire – tutte volte a una attuazione capace di produrre in concreto un cambiamento strutturale in senso migliorativo di numerosi nodi economici e sociali (la digitalizzazione, la transizione verde ed ecologica, le infrastrutture per la mobilità, l’equità sociale, la salute). Perché ciò possa essere realizzato, è necessario mettere in comune competenze e conoscenze eterogenee.

È in altri termini indispensabile una interdisciplinarietà dei saperi teorici; ed è inoltre cruciale che essi siano in grado di tradursi in azioni concrete, incrociandosi con le competenze di carattere pratico, quali le conoscenze tecnologiche applicate, la grande ricerca privata e lo sviluppo industriale. Un obiettivo di questo genere si scontra inevitabilmente con un ostacolo, che è prima di tutto scientifico, ma diviene poi anche etico: esso è costituito dalla segmentazione e dalla parcellizzazione della conoscenza.

Per paradosso, un piano come quello di Next Generation Europe (a ben vedere un nome anch’esso eticamente evocativo) sarebbe stato più facile da perseguire in un tempo nel quale uno scienziato, come Galileo, non aveva difficoltà a esporre una teoria innovativa sotto forma di dialogo platonico, che non nella epoca attuale, nella quale la divisione del sapere è talmente frazionata che talora la comprensione è difficile anche all’interno della stessa area culturale.

Detto altrimenti, la complessità progressiva della conoscenza ha isolato i ricercatori e gli studiosi, rendendo più difficile un dialogo e una condivisione (proprio l’elemento sul quale si basa, metodologicamente, tutto il PNRR). La delimitazione dei diversi ambiti scientifici, se certo ha favorito una conoscenza più rigorosa dei temi di propria competenza, ha scoraggiato la condivisione e favorito l’incomunicabilità. Si può anche aggiungere che quelli che originariamente sono nati come confini necessari per favorire un più rigoroso approfondimento delle diverse branche del conoscere, sono poi divenuti, a volte, limiti politici (e, ancor peggio, amministrativi).

Ad esempio, la separazione tra materie tra loro contigue ha favorito atteggiamenti corporativi e di chiusura (accentuata, volendo, dalla riforma della l. 240 del 2010, nella quale gli studiosi sono stati suddivisi in dipartimenti culturalmente omogenei: tutti i giuristi in uno, tutti gli economisti in un altro, tutti gli informatici in un terzo, ecc.): cosicché quella che era nata come una divisione dei compiti per conoscere meglio le cose è divenuta un confine politico-giuridico, con il quale il sapere viene gelosamente custodito come separato.

Il peggio, da questo punto di vista, si realizza in ambito concorsuale, nel quale le nostre giovani e i nostri giovani sono spesso penalizzati per essersi dedicati a ricerche non sufficientemente pure (cioè non all’interno del confine di conoscenza stabilito dal settore scientifico disciplinare), mentre si plaude a chi non ha mai osato (magari anche solo per convenienza) mettere il naso al di fuori del terreno “consacrato” dal proprio ambito.   

4.

Il piano economico di ripresa europeo – non a caso volto a portarci verso la “prossima generazione” – ci indica una direzione opposta, per intraprendere la quale siamo, ai nastri di partenza, poco preparati, incrostati da anni nei quali abbiamo teso a rimanere, per così dire, ricurvi su noi stessi.

Come uscirne: come rompere la bolla nella quale siamo rimasti, convinti che fuori dalla comfort zone (o dalle Colonne d’Ercole) vi fosse non solo un pericolo, ma addirittura un azzardo moralmente riprovevole? La risposta sembra inevitabile: attraverso un approccio etico diverso, anzi, sovvertito, che sopperisca ai limiti della conoscenza di ciascuno – vale a dire alla carenza individuale di λόγος – con un accrescimento dell’θος, tale da spingere tutti a proiettarsi oltre se stessi.

Il contributo che può offrire la disciplina giuridica alla realizzazione di un simile approccio è potenzialmente strategico. Il diritto è per sua natura impregnato di elementi pratici, tanto da poter essere concepito come una infrastruttura, al pari di quelle che solitamente consideriamo come tali (ferrovie, autostrade, reti per le comunicazioni): esso ci consente di realizzare degli obiettivi concreti, tenendo insieme sviluppo, modernità e inclusione sociale.

Non v’è missione, a ben vedere, tra quelle enucleate da PNRR, nella quale si possa dire che l’elemento giuridico possa essere trascurato: non la digitalizzazione, nella quale elemento cruciale sarà stabilire quali ambiti riservare gelosamente alla decisione umana (e quali invece progressivamente appaltare alle macchine); non la transizione ecologica, né la mobilità, posto che in entrambe ci si premura di prescrivere che devono essere “sostenibili”; men che meno le ultime tre, per loro natura indissolubilmente legate al diritto (istruzione e ricerca, inclusione e coesione, salute).

Occorre tuttavia, anche da parte dei giuristi, un approccio diverso, volto a favorire i diversi cambiamenti che il piano economico europeo si prefigge di realizzare (e non ad affogarli in un intreccio di previsioni formali spesso di carattere autoreferenziale): obiettivo che potrà essere raggiunto solo se scienziati duri e scienziati sociali – in primis i giuristi – saranno capaci di mettere in comune il rispettivo patrimonio culturale del quale dispongono.

Condividere il sapere diviene così per tutti noi lo strumento, etico ma anche pratico, per formare la prossima generazione europea, e per farne idealmente parte anche noi, già adesso: una generazione che, come ben ha scritto il grande neuroscienziato Robert Sapolsky, abbia sempre ben chiaro che la scomposizione della conoscenza può essere utile, e talora necessaria, per meglio comprendere un fenomeno nel dettaglio, ma non può mai divenire tale da ostacolare, o addirittura precludere, la visione del quadro complessivo: “If you pay lots of attention to where boundaries are, you pay less attention to complete pictures”.

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