Quando si ricomincia dopo essere stati fermi a lungo bisogna andare per gradi. Come dicono i campioni, uno svantaggio non si recupera dopo un solo giro.
Ci vogliono pazienza, determinazione e fiducia. Chi banalizza tutto dicendo che ormai ne siamo fuori, sbaglia e non rispetta i grandi sacrifici fatti da tutti fino a qui. Il Covid c’è ancora.
Rispetto ad altri Paesi del mondo, in Italia appare indebolito, meno letale dei mesi scorsi, ma ancora presente e dobbiamo conviverci, senza lasciare che ci blocchi di nuovo.
La nostra economia non se lo può permettere. Questo però non significa abbandonare precauzioni e cautele.
Al contrario, dobbiamo stare più attenti di prima proprio perché adesso tutto si è rimesso in moto ed è responsabilità di tutti fare in modo che non si fermi di nuovo.
Una scelta precisa che ho fatto in questi mesi è stata quella di non fare video e dirette social.
Ho preferito vivere quel tempo sospeso in silenzio, cercando di fare progetti lavorativi per il futuro e inventare soluzioni creative che potessero un giorno interessare e far divertire il pubblico, ad esempio pensando ad alcuni nuovi format Tv.
Perché questo è il mio mestiere, sono un autore, e lo sono in ogni momento della mia vita, anche quando i miei canali di espressione, Tv, cinema ed editoria, si bloccano per cause di forza maggiore, com’è successo per via del Covid.
Perché le difficoltà non devono fermarci, ma stimolare la nostra determinazione e anche l’inventiva.
Il mio ultimo libro era appena uscito ed avevo fatto le prime presentazioni.
Il calendario degli eventi successivi era già pianificato, ce n’erano altre in programma per marzo, aprile, maggio e tutta l’estate.
Poi tutto si è fermato e non ho potuto farle. Eppure ho mantenuto i contatti diretti con i miei lettori e le librerie, che sono una grande risorsa del nostro Paese sempre troppo sottovalutata.
Ma l’ho fatto senza dirette o video. Ed ha funzionato comunque, anzi, secondo me pure di più, perché ho scelto la specificità invece della generalità.
Un messaggio generico a mio avviso è meno efficace del restare direttamente in contatto con le singole persone.
E così abbiamo riprogrammato tutto e soprattutto sono venute fuori occasioni a cui mai avrei pensato se non fossi stato costretto a fermarmi.
Io credo nell’azione e non nella retorica, che fa solo scena. Durante il lockdown per esempio ho preferito quelle persone che hanno dato davvero una mano concreta, spesso anche in silenzio, senza mettersi in mostra.
Parlo delle persone che a Gualdo Tadino, a Marsala o a Vicenza hanno voluto pagare 100 euro per un caffè per aiutare la ripartenza dei locali, o di quel signore inglese che a Umbertide ha dato 500 euro a un bar dicendo “In questo momento servono più a voi che a me”.
O di chi ha lavorato senza sosta in ospedale correndo ogni giorno rischi enormi nella stanchezza più incredibile e ai ristoranti di zona che ogni giorno portavano loro da mangiare gratis, in un momento in cui non stavano certo guadagnando con la loro attività.
Ecco, questo conta davvero e fa la differenza, non la teoria o le canzoni dai balconi fino a fine aprile.
Certo, mi sono emozionato le prime volte a vedere le persone affacciate che cantavano l’inno nazionale accanto a tutti gli arcobaleni con la scritta “Andrà tutto bene”.
Ma dopo un po’ quel gesto che doveva diventare simbolico ha lasciato spazio a una moda sterile che per me non aveva più senso, era svuotata di significato.
Anzi, spesso è sfociato nella maleducazione e nella mancanza di rispetto, dato che era diventata quasi un’imposizione che turbava la tranquillità di chi, magari, non era interessato a quelle parentesi musicali stile dj-set.
Pensiamo invece ad Andrea Vitali, che ha messo in secondo piano per un po’ la sua attività da scrittore ed è tornato a fare il medico di base, anche se era in pensione, sapendo benissimo di correre grandi rischi, vista la sua età.
Oppure ai tifosi dell’Atalanta che, non potendo seguire la propria squadra a Valencia, hanno devoluto il il rimborso del biglietto all’ospedale di Bergamo, ben 60mila euro.
O ancora quella pasticceria di Foligno che aveva organizzato la mensola esterna del negozio con un “Se vuoi lascia, se hai bisogno prendi” e tanti beni a lunga conservazione comprati dai titolari per dare il via allo scambio.
Sono state tantissime le storie così in questi mesi di lockdown. È questa l’Italia che mi piace, quella che a ogni livello, per come può e sa, si mette a disposizione degli altri con semplice onestà e senza fanfare.
E deve valere oggi più che mai, in questa fase 3 piena di tentativi, contraddizioni e speranze, in cui si può dimostrare che si può restare vicini anche e soprattutto quando si smette di essere lontani.
Martin Buber diceva che la grande colpa dell’uomo non sono le sue cadute. La grande colpa dell’uomo è che può ricominciare in ogni momento e non lo fa. Ecco.
Usiamo quello che abbiamo imparato durante il lockdown per ripartire davvero in modo convinto. Perché è solo quando le cose finiscono che ne possono iniziare altre, magari migliori.








