Secondo Julie Dickson, Investment Director di Capital Group, le imprese globali stanno evitando di investire esclusivamente in Cina in modo da modificare l’orientamento e diversificare le loro filiere. L’India è «un beneficiario scontato di questa tendenza» e di recente il ministro dell’elettronica e della tecnologia dell’informazione del Paese, Rajeev Chandrasekhar, ha sottolineato «il desiderio del Paese di diventare un partner globale di fiducia e di far parte delle catene globali del valore per i semiconduttori logici, i chipset e altri prodotti elettronici».
Nel 2014 l’ecosistema elettronico del Paese «aveva un valore di circa 10 miliardi di usd, per poi crescere fino a raggiungere 75 mld nel 2022», precisa Dickson, e il Paese «ha fissato l’obiettivo di aumentare la produzione del settore a 300 mld entro il 2025». Il governo indiano inoltre «sta cercando di incoraggiare il settore manifatturiero, annunciando piani di incentivazione legati alla produzione per diversi settori e l’aumento dei dazi all’importazione su alcuni prodotti e componenti», aggiunge l’esperta. Il primo piano di incentivazione, che riguarda la produzione e l’assemblaggio di telefoni cellulari, «ha ricevuto un buon riscontro da parte delle imprese» e gli analisti stimano che Apple «trasformerà l’India in un polo produttivo globale di iPhone entro il 2025».
Fondamentali per l’India, com’è stato per la Cina nel corso degli anni, «sono le proporzioni della potenziale domanda interna, con un enorme mercato locale che rende più facile decidere di realizzare poli produttivi all’interno del Paese», puntualizza Dickson. Per questo motivo l’India «rappresenta una proposta diversa rispetto ad altre opzioni quali Indonesia, Thailandia e Vietnam, che in termini di popolazione sono inferiori alla Cina», mentre l’India «è attualmente la seconda nazione più popolosa al mondo e secondo le previsioni delle Nazioni Unite potrebbe conquistare il primo posto già quest’anno».
Guardando al futuro «la Cina sembra destinata a perdere quote del commercio globale e l’India probabilmente ne guadagnerà, così come Paesi quali Vietnam, Thailandia, Messico e così via», precisa l’esperta. Anche se è ancora presto per dirlo, «l’India di oggi è probabilmente meglio della Cina di 20 anni fa. Il regime politico indiano è focalizzato sullo sviluppo economico e non ha paura di soffrire a breve termine, e ha anche ripulito i settori bancario e immobiliare, aumentato gli investimenti nelle infrastrutture e ridotto la burocrazia per rendere il Paese più favorevole alle imprese». Tuttavia «è un errore pensare di poter già escludere la Cina, dato che le sue infrastrutture produttive, gli impianti logistici, la manodopera qualificata e le filiere esistenti rendono il Paese troppo utile per abbandonarlo in modo significativo in tempi brevi», conclude Dickinson.








