200 euro (una tantum) per i lavoratori e i pensionati che dichiarano un reddito inferiore a 35 mila euro. È questo il bonus introdotto dal decreto aiuti. A parlarne è l’economista Veronica De Romanis. «L’obiettivo è quello di sostenere le famiglie in una fase di rallentamento dell’economia oltre che di profonda incertezza», spiega
Vantaggi a chi non ne ha bisogno
«I benefici per gli elettori sono tangibili, i vantaggi in termini di consenso politico immediati. I costi, invece, molto meno. Soprattutto quando la misura viene finanziata attraverso maggiore debito. Nonostante il già elevatissimo stock accumulato, ricorrere a un ulteriore indebitamento non ha mai destato grande preoccupazione. Secondo gli ideatori del bonus di turno si tratterrebbe di “debito buono” per aiutare i bisognosi. L’analisi degli ultimi dieci anni, tuttavia, dimostra che non è andata proprio così. Il governo Conte 2 ha distribuito bonus per circa 110 miliardi. Oltre la metà, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, ha avvantaggiato chi non ne aveva una reale necessità».
I Governi non riescono a selezionare i beneficiari dei bonus
«L’elenco dei sussidi regressivi è lungo: si va da quelli per l’acquisto di biciclette e monopattini, al cashback, fortunatamente eliminato dall’attuale esecutivo, fino al 110 per cento che, nonostante le pesanti critiche di Draghi, è ancora in vigore. Elargire risorse pubbliche a tutti, senza selezionare piace a chi governa. Non è certamente una novità degli ultimi anni. Basti pensare ai 500 euro di Matteo Renzi destinati ai diciottenni, inclusi quelli di famiglie ricche».
«Ma davvero ci possiamo permettere di sperperare risorse pubbliche che – non andrebbe mai dimenticato – sono sempre scarse? Ovviamente no. La risposta a questa obiezione è nota: selezionare i beneficiari sarebbe – in molti casi – troppo oneroso in termini di tempo e controlli. Una giustificazione che lascia davvero perplessi perché sottintende una resa di fronte all’inefficienza della pubblica amministrazione. Oltre a una scelta accurata dei destinatari, i bonus dovrebbero essere accompagnati da una valutazione d’impatto per definire gli obiettivi da raggiungere» spiega la De Romanis dalle colonne della Stampa.
Il bonus natalità di tutti
«Il caso dei bonus natalità è emblematico. Tutti i governi che si sono succeduti dal 2011 hanno introdotto il proprio assegno: Berlusconi per il “terzo figlio”, Monti per le “babysitter”, Renzi il “mamma domani”, Conte 1 addirittura il “terreno per il terzo figlio”, fortemente voluto dall’allora ministro del Welfare Luigi Di Maio. Forse il più surreale e anche un po’ offensivo. Risultato? Il tasso di natalità, invece di crescere, è diminuito passando da 1,4 figli per donna nel 2011 a 1,2 nel 2019. Anche il governo Draghi ha ideato un bonus natalità: l’assegno universale unico. Rispetto ai precedenti, ha il pregio di includere e razionalizzare gli aiuti esistenti».
«Tuttavia, ancora una volta, si è deciso di non scegliere. Il bonus, infatti, è “universale”. Cioè destinato a tutte le famiglie, comprese quelle più abbienti seppur in misura ridotta. In altre parole, i soldi dei contribuenti vengono elargiti a chi avrebbe fatto figli anche in assenza del sussidio. Un meccanismo insostenibile dal punto di vista dell’equilibrio dei conti dello Stato e inaccettabile sul piano etico considerate le elevate disuguaglianze che caratterizzano la nostra economia».
I due grandi flop
«Parlando di costi, tra i bonus più onerosi spiccano gli 80 euro di Matteo Renzi. Anche in questo caso, i benefici sono stati limitati: la Banca d’Italia ha stimato un impatto sui consumi di circa due miliardi a fronte di una spesa di oltre dieci miliardi. Il secondo esempio è il Reddito di Cittadinanza. Una misura fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle che è servita anche a massimizzare il consenso alle elezioni europee del 2019».
«I numeri parlano chiaro. Tra gli occupabili, solo una piccola parte (circa un quarto) ha trovato lavoro. Per quanto riguarda i non occupabili, ossia coloro presi in carico dai servizi sociali, l’Inps rileva che il settanta per cento di chi ha ricevuto per la prima volta l’assegno tra aprile e giugno del 2019 ne è ancora titolare a fine 2021. Che cosa significa? Due non occupabili su tre restano tali». E se sui bonus i dati sono quelli appena elencati, anche in chiave riforme le cose non vanno molto meglio. Lo sostiene Il politologo Piero Ignazi che sul Domani, mette nero su bianco una certa delusione per un mancato maggiore impulso al riformismo liberale da parte del Governo Draghi.
Riforme in sospeso
«Lascia stupefatti la pratica del rinvio su alcuni temi scottanti. Invece di prendere decisioni nette sull’esempio di Mario Monti nel 2011, il governo si è limitato – anche se consentiamo che non è poco – a instradare il Pnrr sulla buona strada. Ma è quanto hanno fatto anche gli altri paesi europei. Niente di stratosferico. Invece, temi scottanti e divisivi quanto centrali non sono stati affrontati a dovere. La riforma del fisco è limitata nel suo scopo e non c’è stato un cambio passo nel contrasto a elusione ed evasione. La revisione del catasto è stata allontanata come un calice amaro. E così, la rendita fondiaria continua ad alimentare il parassitismo e non genera alcun gettito».
L’errore dell’Imu
«Si paga ancora pegno allo scasso delle finanze pubbliche imposto da Berlusconi al governo Letta nel 2013 con l’eliminazione populista dell’Imu» scrive Ignazi. «I bagnini, grazie all’ennesimo rinvio delle gare, continuano a dimostrare che le corporazioni possono imporre i loro privilegi a dispetto degli interessi collettivi».
Draghi e la sfida ai topi nel formaggio
«Da Draghi avremmo voluto più determinazione nell’incidere sui mali nazionali, anche scontentando quelli che Paolo Sylos Labini chiamava i “topi nel formaggio”, cioè i difensori della loro “roba” grazie a norme ad hoc e privilegi vari, e i loro difensori politici» conclude Ignazi.








