A giudicare dai sondaggi – scrive sul Messaggero Ferdinando Adornato – sembrerebbe che il destino dei cinque referendum sulla magistratura sia segnato. Niente quorum il 12 di giugno.
Se così davvero andrà, ci troveremo di fronte all’ennesima occasione perduta dal popolo italiano di decidere “direttamente” la politica nazionale.
Ci fu un tempo nel quale, soprattutto in materia di diritti civili, dal divorzio all’aborto, ma anche sui temi del nucleare e della legge elettorale, cittadini seppero “usare” con convinzione lo strumento referendario innescando significative, e persino storiche, innovazioni. Oggi non è più così.
Vale forse la pena, dunque, di riflettere su quello che si potrebbe definire il “paradosso dell’astensione”. Non c’è alcun dubbio sul fatto che l’Italia attraversi un’epoca di radicale critica della politica, del ruolo dei partiti e del Parlamento.
Al punto che le ultime elezioni hanno consegnato la maggioranza relativa a un movimento che di tale contestazione ha fatto la propria bandiera. Un italiano su tre ha votato per i 5Stelle.
Ma perché gli italiani, contestando così fortemente i partiti e la democrazia rappresentativa, si rifiutano poi, nel contempo, di aderire agli strumenti della democrazia diretta? Eccolo il “paradosso dell’astensione”.
Sembrerebbe di poter affermare che la Grande Indignazione contro la Politica non riesca, almeno in questi anni, ad accompagnarsi ad una contestuale, e altrettanto forte, assunzione di responsabilità.
Emerge qui una tipica sindrome del carattere italiano, raramente contraddetta nella nostra storia: quella di volersi sentire, nonostante tutto, sotto costante “tutela” da parte dello Stato e dei partiti, mai protagonista autonomo di scelte alternative.
Si tratta di una sorta di “furbizia nazionale” che consente di assegnare la responsabilità delle cose che non vanno sempre “agli altri”, restando a questo modo liberi di continuare a coltivare un diffuso rancore contro tutto e tutti.
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