La guerra con l’Iran prosegue senza una strategia chiara da parte di Donald Trump.
Questo vuoto di direzione sta accelerando un fenomeno ormai evidente: la regione si sta riorganizzando da sola, costruendo alleanze e contro-alleanze per compensare una leadership americana che non garantisce più protezione automatica.
Due schieramenti si stanno definendo con crescente nitidezza.
Il fronte abramitico — Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e, più marginalmente, Marocco — punta su una contrapposizione che riduca al minimo le capacità strategiche dell’Iran, contenendolo sul piano militare, economico e diplomatico.
Il blocco sunnita — Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto — preferisce invece una gestione più calibrata del confronto: deterrenza sì, ma senza scivolare in una guerra totale che destabilizzerebbe l’intera area, assicurando a Israele una posizione egemonica non gradita nella regione.
In questo contesto, l’annunciato accordo sul nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita può essere letto come il tentativo di Trump di rilanciare gli Accordi di Abramo, portando Riyadh nell’orbita israelo-americana per rafforzare il fronte anti-iraniano.
Ma il progetto incontra due ostacoli significativi: il nodo palestinese, che l’Arabia Saudita non può ignorare senza perdere legittimità nel mondo sunnita, e il rischio di proliferazione nucleare regionale, che inquieta Israele e diversi Paesi del Golfo, timorosi che un programma saudita possa aprire la porta a una corsa atomica incontrollabile.
A questo si aggiungono le ambizioni nucleari, tutt’altro che nascoste, di Turchia ed Egitto.
Sullo sfondo resta la domanda cruciale: come trattare l’Iran.
Il fronte abramitico spinge per una pressione continua che limiti drasticamente le sue capacità strategiche e ne depotenzi la minaccia.
Il blocco sunnita immagina invece un confronto bilanciato, fatto di deterrenza, aperture selettive e misure di confidence building.
Ne emerge una fase nebulosa ma decisiva, segnata da una progressiva ridefinizione degli equilibri mediorientali.
La debolezza americana apre spazio a nuovi attori globali — Cina e Russia — pronti a inserirsi nel vuoto strategico e a influenzare il prossimo ordine regionale.








