Passare sotto la lente d’ingrandimento la geografia delle offerte di acquisto per Acciaierie d’Italia è utile per riportare alla giusta dimensione lo spessore del capitalismo italiano e per una necessaria riflessione sul ruolo dello Stato nell’economia nazionale, considerato che cambiano i governi ma la mano pubblica è ancora alla ricerca di una propria identità quando deve/vuole assumere il ruolo dell’imprenditore.
La storia recente dell’ex Ilva indica che il ridimensionamento dell’industria italiana non è un fenomeno recente, ma parte da lontano, affonda le radici alla nascita dell’euro, quando le grandi famiglie del capitalismo scelsero il riposizionamento su settori che garantivano rendite e scarsa concorrenza (energia, tlc, aeroporti, autostrade, stazioni, ferrovie, assicurazioni, sanità), oppure la vendita a grandi player internazionali (ad esempio elettrodomestici, cemento, soprattutto moda e lusso).
Per Acciaierie d’Italia, su 10 offerte, solo tre riguardano l’intero complesso ex Ilva e parlano indiano, azero e americano. Le altre sette puntano a specifici asset con qualche presenza italiana. Non deve sorprendere, Acciaierie d’Italia è un boccone troppo grande per i gruppi nazionali (Arvedi è l’unico italiano nella classifica dei top producer mondiali ed è in 99ma posizione con un output che è pari al 2% del leader mondiale China Baowu). D’altronde, anche per il rilancio di Piombino il governo sovranista si è affidato agli indiani di Jindal.
Tuttavia, i leader italiani dell’acciaio (che da qualche anno gode di buona salute) confermano di essere allergici a mettere insieme capitali, competenze e strategie per un asset come Acciaierie d’Italia che ha trascorso 7 degli ultimi 10 anni in amministrazione straordinaria e deve colmare un grave ritardo in termini di innovazione tecnologica e investimenti. Jindal e l’azera Baku Steel Company, al contrario, stanno valutando di unire le forze per realizzare l’acquisizione chiedendo allo Stato di restare come azionista di minoranza.
Il governo deve decidere cosa privilegiare, le prospettive di Acciaierie d’Italia o la valorizzazione economica di un asset, in particolare Taranto, che non è un diamante ma una pietra di scarso valore. Il recente passato non induce all’ottimismo (leggi Tim e Alitalia) sulla capacità dello Stato che, al netto della mancanza di specifiche competenze, ancora fatica a comprendere che stratega, azionista, imprenditore e arbitro non sono sinonimi.








