Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

La vaccine hesitancy può fare danni: ecco ciò che dobbiamo fare per essere preparati a nuovi (pericolosi) virus

Cerca
L'AUTORE DELL'ARTICOLO
ANALISI E SCENARI
OSSERVATORIO IDEE
OSSERVATORIO IMPRESE

Sars-CoV-2 appartiene alla famiglia dei coronavirus.

Se prima del 2002 i Coronavirus li conoscevamo come agenti del raffreddore comune, caratterizzati dalla replicazione nelle cellule ciliate dell’epitelio mucoso delle prime vie aeree respiratorie, con bassa capacità di diffondere a livello delle vie respiratorie profonde, più recentemente -e parliamo del 2002/2003- ci siamo dovuti confrontare con un altro Coronavirus, responsabile della SARS, che ha fatto registrare 8098 persone infette con un tasso di mortalità del 9% e che si è diffuso in 26 paesi nel mondo. E dopo 10 anni ecco la MERS con un numero più contenuto di casi (1728 casi distribuiti in 27 paesi).

E poi tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 è scoppiata nel mondo la pandemia da SARS CoV-2, oggi identificato anche con l’acronimo COVID-19. E qui comincia una nuova storia, la cui gravità ha creato un’emergenza drammatica a livello globale, con un numero elevatissimo di pazienti con sintomatologia grave, che hanno necessitato di ospedalizzazione e con un numero di decessi a cui non eravamo preparati. Stiamo cominciando a conoscere questo virus e a conoscerne i meccanismi patogenetici alla base della sua virulenza.

Oggi abbiamo molti dati, ma teniamo in considerazione che molte domande sono tuttora aperte e che necessitano ancora di risposte.

Com’è noto è un virus a RNA,quindi si tratta di un virus che è in grado, durante il suo ciclo replicativo, di mutare costantemente. Questa capacità di mutare non è certamente una novità per i virus e soprattutto per quelli a RNA. Lo abbiamo imparato dal virus influenzale, da Ebola, da HIV. E tali mutazioni, che avvengono in numero elevato durante le fasi replicative del virus, possono portare a mutazioni che gli permetteranno di trovare nuovi recettori su altre cellule, di modificarne (sia in senso positivo, sia in senso negativo) il potere patogeno, di permettergli – forse in futuro, anche se pochi sono d’accordo su questo punto – un ulteriore salto di specie. Se il virus fosse stabile, l’immunità prodotta, detto in modo molto semplice, ci permetterebbe di avere una protezione nei confronti di successivi contatti con lo stesso agente patogeno. Invece i virus a RNA sono virus proni a mutazioni, che potrebbero essere alla base di un variegato spettro d’infezione.

Ancora oggi dobbiamo essere cauti, usare le mascherine, non andare nei luoghi affollati, sia per limitare la diffusione, sia perché più gente s’infetta più aumentano le probabilità che il virus si modifichi: la prevenzione è un concetto basilare, limitare la diffusione è indispensabile anche per abbassare le probabilità che il virus muti. 

Molti ricercatori hanno focalizzato la propria attenzione e i propri sforzi per studiare a fondo il genoma di questo virus al fine di chiarirne le caratteristiche e le eventuali capacità di provocare sintomatologie diverse (da polmoniti interstiziali a forme più lievi e paucisintomatiche). In altre parole, approfondire i dati sulle varianti genetiche del virus potrebbe farci capire se alcune specifiche varianti possano influire sull’andamento della malattia (forme severe, forme pauci/oligo-sintomatiche).

Quando è iniziato l’allarme, anche il CRREM (Centro di Riferimento Regionale per le Emergenze Microbiologiche) dell’U.O. di Microbiologia si è attivato rapidamente. Ci siamo attrezzati (già da gennaio ci erano pervenute indicazioni che ci hanno permesso di cominciare ad acquisire reagenti e tecnologie, anche se all’inizio la disponibilità era veramente contenuta e insufficiente per resistere all’impatto). In tempi brevi abbiamo aperto il laboratorio sette giorni su sette, giorno e notte, per rispondere ai quesiti diagnostici.

Sono stati mesi pesanti, anche se siamo stati molto aiutati dalla Direzione, dalla Regione, dalla Protezione Civile e da tutti i colleghi che silenziosamente si sono prodigati.

Diagnosi di infezione e sieroprevalenza

Eseguire un’indagine su tampone o verificare la presenza di anticorpi specifici su siero o plasma rappresentano approcci diversi. Si può effettuare la diagnosi diretta d’infezione andando a ricercare nel campione delle vie respiratorie [mediante tampone naso-faringeo o espettorato o BAL (lavaggio bronco alveolare] la presenza del genoma virale, quindi l’RNA di COVID-19.  A tale proposito si utilizzano metodiche di biologia molecolare [real-time RT-PCR (Reverse Transcription-Polymerase Chain Reaction), per l’amplificazione dei geni virali maggiormente espressi durante l’infezione.

Ma pure in questo ambito abbiamo ancora molte domande a cui dover rispondere…

E le domande nascono da questa nuova e drammatica esperienza.

Quanto dura l’eliminazione del virus nel soggetto colpito dall’infezione?

La presenza di COVID-19 RNA è sempre sinonimo di virus attivo e capace d’infettare?

Sicuramente le nostre indagini diagnostiche hanno l’obiettivo di verificare la presenza dell’RNA virale (quindi del genoma di COVID-19), ma dobbiamo tenere in considerazione che la presenza di RNA, soprattutto se a livelli contenuti, non è correlata sempre e comunque a RNA competente, cioè in grado di formare un virus infettante (e quindi trasmissibile), soprattutto nelle fasi finali della malattia. In altre parole, la presenza di tracce di RNA non implica che il virus sia attivo e abbia una carica infettante sufficiente per la sua diffusione. 

Comunque, dopo un inizio difficile per tutti i laboratori coinvolti nella diagnosi, l’aumentata produzione di reagenti, l’acquisita esperienza in materia, l’introduzione nel mercato di test effettuabili in tempi brevi, le certificazioni dei test, hanno portato a un netto miglioramento delle nostre attività di laboratorio.

E per quanto riguarda la sierologia se n’è parlato tanto e tanto si sta facendo. Questi test sono molto importanti per gli studi di sieroprevalenza, ovvero per capire lo stato di diffusione del virus in specifici gruppi a rischio (come per esempio gli operatori sanitari, i soggetti residenti nelle case di riposo per anziani o in altri tipi di comunità), oppure per valutare lo stato d’immunizzazione della popolazione generale.

Inoltre, avrebbero un valore estremamente importante anche per valutare, quando ci sarà, la risposta ad un vaccino.

I primi test rapidi (su goccia di sangue), basati su dispositivi di semplice utilizzo, non hanno evidenziato livelli sempre accettabili di sensibilità e specificità, vale a dire a dire che non si sono dimostrati sufficientemente affidabili.

Oggi sono migliorati e, pur permettendo di avere un risultato in pochi minuti (circa 15), forniscono un risultato qualitativo attendibile. Ma abbiamo a disposizione anche test di secondo livello, e quindi più sensibili e più specifici.

Ma quello che è più importante sarà il dato su cui tutti stanno lavorando, ma che necessita di tempi lunghi e che dovrà rispondere alla domanda: i soggetti con anticorpi evidenziabili con i test attuali, saranno protetti da eventuali reinfezioni che si potranno verificare nel prossimo futuro?

Gli anticorpi sono in grado di neutralizzare il virus?

Gli anticorpi prodotti sono anticorpi che permarranno nel tempo?

Quali prospettive per l’autunno

Non ci sono certezze, si possono formulare solo delle ipotesi. Siamo passati alla fase due, perché il numero dei casi gravi era nettamente diminuito.

Le speranze sono tante, ci lavora tutto il mondo.

Un vaccino, però, prevede diverse fasi sperimentali prima di essere disponibile su larga scala, in realtà nessuno può dire quando sarà pronto.

Vedremo poi se si tratterà di un vaccino preventivo o terapeutico.

A causa della recente scoperta del virus e della difficoltà di prevedere il tipo di risposta immunitaria prodotta, le strategie adottate risultano molto diversificate fra loro.

Sicuramente oggi c’è un grande fermento sul vaccino e molti centri di ricerca sono impegnati a tale proposito.

E mi piace ricordare che, tra i candidati vaccini, uno nasce proprio in Italia presso l’Istituto di Ricerca di Biologia Molecolare (IRBM) di Pomezia, insieme all’Università di Oxford.

Le prime notizie sono confortanti. 

Si tratta di uno tra i pochi progetti al mondo arrivati alla fase 3 della sperimentazione clinica, la più importante e avanzata, estesa a migliaia di persone.

Ma già la fase 1, avviata ad aprile su decine di volontari adulti sani, pare confermare che il farmaco è in grado di stimolare una risposta immunitaria significativa.

E a questo proposito dovrà essere valutata la durata potenziale dell’immunità, anche se una distribuzione di massa (come ha detto il ministro della Sanità britannico Matt Hancock) è auspicabile «nello scenario migliore entro fine anno, «ma più probabilmente nel 2021».

C’è un solo risvolto positivo nel Covid-19 ed è il quasi-silenzio dei No Vax. Forse avremmo potuto risparmiare tempo all’inizio di questa pandemia se tutte le persone si fossero vaccinate contro l’influenza…

Invece abbiamo fatto tamponi a chi, magari, aveva solo l’influenza, rubando tempo e risorse a chi cercava di sopravvivere.

Inoltre le due patologie possono sommarsi, aumentando il rischio di complicanze.

Ogni anno l’influenza ha costi sociali ed economici altissimi: mi auguro che questa dura lezione, che mai avrei voluto vivere, ci serva per il futuro.

“Spill over” e Sars Cov-2

Io sono sempre stupefatta di fronte ai virus, nostri nemici invisibili, alle loro capacita di replicarsi, di silenziarsi, in alcune occasioni, d’innescare patologie diverse. 

L’esperienza fatta studiando HIV mi ha insegnato molto sul passaggio dei virus dagli animali all’uomo.

Allora si trattava delle scimmie e negli anni ’80 la mortalità per AIDS era altissima.

Poi si è capito (era il 1985) che si poteva arginare la diffusione del virus controllando tutte le donazioni di sangue, le donazioni di organi, evitando rapporti sessuali non protetti; in seguito si sono trovate terapie efficaci e oggi possiamo dire che si è riusciti ad ottenere la cronicizzazione dell’infezione.

Ma teniamo in considerazione che molte delle più importanti sfide in campo sanitario derivano dalle complesse interazioni tra gli esseri umani, gli animali e gli ecosistemi in cui vivono.

Ne sono chiari esempi la diffusione si Ebola virus, West Nile virus, Nipah virus, Hanta virus, Creutzfeldt-Jakob disease, SARS, MERS, highly pathogenic avian influenza (HPAI) viruses, Dengue, Tick Borne Encephalitis e, naturalmente, COVID 19.  

Il salto di specie è un fenomeno noto, atteso in virologia e non solo (e quando diciamo “non solo” pensiamo per esempio alle malattie da prioni come la Creutzfeldt Jakob-nuova variante)

 In particolare, se ritorniamo ai virus, alcune infezioni, caratteristiche del mondo animale, possono in seguito manifestarsi nell’uomo o in generale in altre specie… Forse ce lo potevamo aspettare, perché alla base c’è la capacità adattativa dei virus.

Dobbiamo lottare con tutte le nostre forze e utilizzare questa terribile esperienza per migliorare: la salute dell’uomo è strettamente correlata alla salute dell’animale e dell’ambiente. Oggi si parla molto di ONE HEALTH che deve prevedere lo sforzo collaborativo di più discipline – che lavorano a livello locale, nazionale e globale – per raggiungere una salute ottimale per le persone, gli animali e l’ambiente.

Il futuro ci potrebbe preservare nuove minacce infettive?

A questo proposito non posso non ricordare gli obiettivi 2030, identificati dalle Nazioni Unite, per lo sviluppo sostenibile (SDG). Ci sono molti punti che devono essere richiamati e che si basano nel poter assicurare la salute e il benessere per tutti e per tutte le età.

Le minacce vanno eliminate studiando il problema e cercando di capire quali strade percorrere per evitarle, o almeno per renderle meno drammatiche per la salute.

E in questo contesto l’approccio OH è indispensabile per realizzare molti degli obiettivi 2030.

Ma se parliamo di malattie infettive, dobbiamo ricordare che uno degli obiettivi da raggiungere, entro il 2030, è proprio rappresentato da patogeni già noti, come HIV, tubercolosi, malaria, malattie tropicali trascurate, l’epatite, le malattie legate all’uso dell’acqua e altre malattie trasmissibili.

Bisogna, citando quanto scritto nei documenti ufficiali dell’ONU, velocizzare l’andamento dei progressi fatti nella lotta contro i patogeni appena menzionati e altre malattie trasmissibili ed epidemiche; bisogna anche impegnarsi fortemente per controllare la crescita della resistenza anti- microbiotica e per combattere tutte quelle malattie normalmente trascurate che affliggono i paesi in via di sviluppo.

Ma soprattutto, e così vorrei concludere, dobbiamo attivare e applicare la prevenzione.

Bisogna bloccare il fenomeno indicato come vaccine hesitancy, caratteristica frequentemente osservata nei paesi industrializzati, far capire i rischi in cui s’incorre non vaccinandosi, essere in grado di sostenere la ricerca e lo sviluppo di vaccini e di farmaci per le malattie trasmissibili, supportando la ricerca di base e la ricerca clinica, perché il 2030 è domani.

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.