Nel suo editoriale su Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio ripercorre la lunga vicenda della Torino-Lione ad alta velocità, ricordando di aver scritto sul progetto già nel 1988, quando si ipotizzava la costruzione di un nuovo collegamento ferroviario tra Italia e Francia, nonostante l’esistenza della linea Tgv per i passeggeri e della Torino-Modane per le merci.
Secondo l’autore, le previsioni che giustificavano l’opera sono state smentite nel tempo: i costi sono aumentati ben oltre le stime iniziali, mentre i benefici attesi si sono ridimensionati.
Travaglio sostiene che il progetto abbia trovato sostegno in un ampio fronte politico e imprenditoriale interessato alla realizzazione dell’infrastruttura.
In contrapposizione, ricorda la nascita del movimento No Tav in Val di Susa, descritto come una mobilitazione popolare composta da cittadini, amministratori locali, famiglie e associazioni impegnati nella difesa del territorio.
A suo giudizio, il movimento sarebbe stato spesso delegittimato e associato a episodi di violenza riconducibili a gruppi esterni e minoritari.
L’editorialista afferma inoltre che, dopo decenni di discussioni e cantieri, il cosiddetto “tunnel di base” non sia stato ancora realizzato.
Ritiene che il progetto non abbia più una reale giustificazione economica, sostenendo che il contesto dei trasporti e dei flussi commerciali sia profondamente cambiato rispetto agli anni Ottanta.
Travaglio richiama anche l’analisi costi-benefici commissionata dal Governo Conte I nel 2019, che giudicava l’opera svantaggiosa e suggeriva di interromperla.
Tuttavia, osserva che la maggior parte delle forze politiche e dei media si schierò per la prosecuzione del progetto.
Concludendo, l’autore critica la permanenza di tensioni e misure di sicurezza in Val di Susa attorno a un’opera che considera ormai anacronistica e simbolo di una spesa pubblica destinata a perpetuarsi nel tempo, paragonandola per certi aspetti al dibattito sul Ponte sullo Stretto.








